Ora che è diventato uno dei rappresentanti di primo piano della scena modern classical nostrana (e non), possiamo dire alcune cose su Bruno Bavota. In primis che da queste parti lo si conosce e ne si parla da anni, da quando forse nemmeno lui credeva sarebbe arrivato a incidere per realtà piccole ma attive e influenti a livello internazionale come Dronarivm e Psychonavigation, aprendo di fatto la strada all’interesse di quest’ultima per l’Italy e i suoi musicisti. In secundis che, riascoltando oggi “Il pozzo d’amor”, lavoro con cui aveva debuttato ben sei anni fa, forse nemmeno noi ci avremmo scommesso troppo. Ci è bastato poco per ricrederci, ovvero l’imperfetto ma promettente “The House on the Moon”: oggi, però, “Mediterraneo” è forse davvero il colpo inatteso, quello della consacrazione definitiva, quello in cui Bavota raccoglie finalmente quanto seminato in anni di escalation.
Della poetica della semplicità e dell’immediatezza sentimentale che il pianista campano ha eretto a verbo abbiamo già ampiamente raccontato in passato. Basti dire che la sua è forse l’espressione modern classical più vicina al pop in senso stretto che si ricordi dopo quella di Ludovico Einaudi (e volendo glissare sui tanti cloni montati e incosistenti di quest’ultimo). Bavota non dipinge né scolpisce: semmai racconta, come un cantastorie. E parla di tramonti, albe, amori, sentimenti, relazioni, radici, emozioni: delle cose più semplici inquadrate dal punto di vista più semplice, senza analisi o approfondimenti. Materie che porterebbero chiunque a scadere nella superficialità, nel luogo comune: chiunque ma non lui, che in mezzo a tutto questo ci è nato e vissuto, che di tutto questo ha fatto il suo bagaglio e il segreto del suo successo.
“Mediterraneo” è il compimento di un viaggio, un sentimento e un’appartenenza prima ancora che un’immagine o un luogo. Mediterraneo per Bavota è nome e aggettivo al tempo stesso: la sua musica evoca here ancor più che in passato gli scenari caldi e rigogliosi della Macchia, i tramonti sul Mare, odori e colori che restano unici nel mondo. Ma ancor più di questo, trasmette quel sentimento – idealizzato, senza dubbio – che solo queste terre possiedono e condividono con chi le vive. Basterebbe la sola “Hands” a confezionare tutto questo in pochi minuti di piano, chitarra e archi (ultima new entry nel soundscape di Bavota): è il suo manifesto, il suo brano più riuscito, il capolavoro in cui la sua poetica raggiunge il massimo delle sue potenzialità, seguita a ruota dal ritorno alle origini della title track, momento di pura commozione affidato al solo pianoforte.
In principio, l’intimismo di “Home” e il più vivace “Interlude” fungono da disegno preparatorio: i colori accesi, tonici e suggestivi del secondo vengono spenti, raffreddati e immersi nella malinconia nel notturno del primo. Sul medesimo contrasto si gioca la vicinanza tra “Alba” e “The Night”, con i ricami limpidi della chitarra nell’acquerello del primo ad anticipare la maestosa sonata di piano del secondo, altro momento semplicemente irresistibile. Ma non c’è brano, a dire il vero, che scenda sotto il livello dell’eccellenza: “A Quiet Place” riunisce arpeggi, cantato del violino e contrappunti del piano in un possibile biglietto da visita, “Passport To The Moon” si isola in meditazione avvicinando il Nils Frahm più ispirato, “Sweet Fall” accelera tempi e ritmi toccando con mano il cuore pulsante dei luoghi evocati.
Il finale di “Fairy Tale” e la riflessione di “Who Loves, Lives” sono, infine, due metà di una medesima storia d’amore: quella fra un artista, la musica, la sua terra e le emozioni primarie da essa evocate. Che raggiungono here una rappresentazione squisita e definitiva, accessibile a chiunque e pronta a fare scuola.
Meraviglia.
N.B. L’intero album è ascoltabile in anteprima streaming per OndaRock here.
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25/05/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Meda, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.