Neanche il tempo di gustarsi a fondo il bel live con Keiji Haino e Stephen O’ Malley a nome Nazoranai, uscito per la Ideologic Organ il mese scorso, che Oren Ambarchi torna in pista e lo fa proprio su Editions Mego. In un 2014 ricco di progetti collaborativi e live-only, “Quixotism” è a conti fatti il primo lavoro solista di uno degli artisti più prolifici dei nostri tempi, che però ha sempre riservato alle uscite a proprio nome il meglio delle sue poliedriche ricerche sonore.
In questo caso specifico, l’australiano sembra aver trovato il tempo di tornare a parlare la sua lingua madre, quella con cui si è rivelato in principio e che mancava da tempo immemore (“Triste”, correva il 2008) nella sua scacchiera discografica: il minimalismo. Inteso, nella sua idea, come pratica sonora del tutto extra-musicale e che anche qui, come di consueto, viene portata a conseguenze meccanicamente (e non musicalmente) estreme. “Quixotism” è una composizione il cui stadio puro può essere dedotto dallo scheletro delle cinque parti che compongono l’album: esse non sono infatti altro che altrettante interpretazioni, dove a variare sono arrangiamento, strumentazione e clima.
L’operazione nasce insomma da un presupposto fin troppo ghiotto: autocelebrare l’ampissima tavolozza stilistica di una carriera sempre più lastricata e fitta di traguardi attraverso un comun denominatore (il minimalismo, appunto), posto al centro della questione. Se a questo si aggiunge la vasta schiera di ospiti coinvolti – dall’amico Jim O’Rourke a John Tilbury, per arrivare a Thomas Brinkmann e Eyvind Kang – i presupposti per il colpaccio alla “Bécs” c’erano, di nuovo, effettivamente tutti.
Il problema è che, alla prova pratica, Ambarchi evita in ogni modo di cercare un qualsiasi risvolto alla sua idea, limitandosi a rielaborare la composizione in questione con freddo rigore autocelebrativo, quasi a voler offrire una guida rapida e facilmente consultabile al suo universo sonoro. Non basta un assortimento di generi capace di abbracciare, fra gli altri, la synth music (“Part 5”, l’unica veramente riuscita), il jazz (“Part 2”) e il dub à-la-Jah Wobble (“Part 3”) per ridare linfa a un disco impeccabile quanto anemico.
Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.
02/01/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Meda, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.