FRANCO BATTIATO - Joe Patti’s Experimental Group

2014 (Universal)
psychedelic electronica

Una tradizione piuttosto consolidata vuole che il cantautore italiano, giunto a un’età ormai considerata “veneranda”, si ritiri a una vita di parziale eremitaggio per decantare e, solo una volta ogni dieci anni, tornare in scena con qualche inedito. Non è (mai stato) il caso dell’infaticabile Franco Battiato, che come minimo da “Il Vuoto” in poi ha ripreso un percorso di sostanziale aggiornamento del proprio sound, radunando alla sua corte alcune nuove leve della scena musicale, nostrana e non. E poi il tour con Antony, il feat./ripescaggio insieme ai Subsonica, il cinema, l’opera teatrale…

Il ringiovanimento artistico è insomma inequivocabile, e dopo il deludente “Open Sesame” trova nuova forma in un’operazione sulla quale egli stesso avverte il pubblico: “Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova: non mi interessano le conferme, essere rassicurante per il pubblico, dargli quello che vuole. Se fai questo tradisci il tuo ruolo che è quello di fare ciò che interessa a te, non quello che interessa a loro”. [*]

Questa la dovuta premessa al definitivo salto nel passato, totale dal punto di vista “ideologico”, e solo a metà da quello strettamente musicale. Il progetto realizzato col sound engineer Pino “Pinaxa” Pischetola – al fianco di Battiato già dal cult “Gommalacca” – è nelle intenzioni un ritorno alla forma libera della musica italiana anni 70, periodo in cui il Franco nazionale si configurava come un insolito ribelle chic, audace nelle sperimentazioni e blasfemo nei temi trattati. Rifondare il concetto di gruppo sperimentale significa trattare una materia che all’epoca era del tutto nuova ma che al pubblico di oggi rischia di apparire terribilmente datata, se non addirittura aliena.

Joe Patti non è, come si potrebbe credere, un nome fittizio nato dall’unione di due personalità reali – chessò, Joe Jackson e Patti Smith! – bensì, senza ulteriori spiegazioni, quello di uno zio di Battiato emigrato in America. Così come, senza linee guida, il progetto decide di spiegarsi da sé: poche parole (non nuove) e molta musica d’atmosfera lisergica, con deviazioni d’ascendenza kosmische e ambient-techno. Già l’apertura di “Leoncavallo” – dal nome del noto centro sociale milanese dove venne presentata nel 1972 – riprende le parole di “New Frontiers” (“Le pareti del cervello non hanno più finestre”), mentre in seguito ritroviamo singole frasi estrapolate da brani più recenti, dal potentissimo singolo “Inneres Auge” (“Come un branco di lupi”) alla strofa in tedesco di “Shakleton” (“L’isola elefante”). Frammenti decontestualizzati che, a seconda dei punti di vista, possono sembrare evocazioni pregne di significato o semplici stralci disseccati di memoria poetica.

Il mélange del duo prende direzioni plurime – tra echi sacrali da Messa Arcaica (“CERN”) e collage stockhauseniani dal sapore orientale – benché mai davvero sorprendenti, soprattutto alla luce degli ultimi exploit in studio. Lo stesso Battiato sembra partecipare con un leggero disimpegno, agendo sulle scie più ambientali con altri synth e tastiere assortite in modo più naif che scontato, come un amatore che si diletta nel trovare melodie naturali infilando sequenze di note sui tasti bianchi. Ciò senza negare l’appagante trasognanza di momenti come “Klavier” e “The Implicate Order”, degni delle visioni angeliche del binomio Eno/Budd, o del solenne “Omaggio a Giordano Bruno”, in puro stile Popol Vuh. In chiusura l’annunciato reprise quarantennale da “Clic”, che se non suona proprio nuovo finisce per dimostrare comunque la metà dei suoi anni effettivi. Ovunque è ben percepibile il contributo architettonico di Pinaxa, che mette a pieno frutto la sua esperienza nel collocare al meglio tutti i dettagli acustici e dar loro il giusto peso nell’insieme.

Resta discutibile la scelta del termine “sperimentale” per un prodotto che lo è solo nella forma scientemente incompiuta e non certo nelle soluzioni, in definitiva semplici tracce che non vanno mai al fondo dell’idea da cui partono: suggestioni che, quasi sicuramente, dal vivo sortiranno un effetto ben più sensazionale, ma che danno al formato-album l’aspetto di un sampler un po’ disordinato, bonariamente “fricchettone” come presumibilmente intendeva essere. Con l’innegabile pregio, però, di recuperare l’idea di musica come necessaria fuga da una realtà asfittica, rielaborandone abilmente i tratti postmoderni senza mai soccombervi.

* Dall’intervista rilasciata a La Repubblica.

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26/09/2014

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Leoncavallo
  2. 2. Le voci si faranno presenze
  3. 3. Klavier
  4. 4. Omaggio a Giordano Bruno
  5. 5. Come un branco di lupi
  6. 6. The Implicate Order
  7. 7. Nel cosmo
  8. 8. CERN
  9. 9. Nuba
  10. 10. L'isola elefante
  11. 11. Proprietà proibita

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