Chi della generazione dei trentenni e passa non ha giocato almeno una volta al mitico Rainbow Islands? Bene, i giusti capiranno. Ora, detto che il nome di per sé fa simpatia (anche se qui è utilizzato al singolare), bisogna aggiungere che la musica prodotta da questi ragazzi provenienti dall’immaginaria Bongolandia è davvero straniante – vale a dire, è un caso in cui le parole fanno una certa fatica a cogliere le varie peculiarità che la caratterizzano.
Volendo a tutti i costi darne una descrizione, potremmo parlare di echi tribali e droni psichedelici prodotti da tappeti di synth analogici. Nulla di particolarmente rivoluzionario, direbbe qualcuno, una new age da scantinato che richiama i primi Emeralds e High Wolf direbbero altri. E va bene, ma non è questo il punto. Nello specifico, il punto è che l’armamentario sonoro dei Rainbow Island crea atmosfere così ambigue e ricche di sfumature che resta difficile capire se il trip è di quelli buoni o di quelli andati a male, se il viaggio è gioioso o angoscioso.
In tutti i casi, fossi un appassionato di psichedelia, questi venti minuti esatti di esoteriche visioni non me li lascerei scappare per nulla al mondo.
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16/01/2014
This article is an English translation of the original Italian text by Antonio Ciarletta, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.