È sempre difficile dover esprimere un giudizio su personaggi come Merrill Garbus. No, non si parla di estetica. Lì il giudizio è univoco.Si tratta piuttosto di avvicinarsi a questo secondo album a nome Tune-Yards (d’ora in poi lo scriveremo così) cercando di equilibrare le sensazioni contrastanti provocate da questo tipo di sonorità. Da un lato strozzeresti quell’ugola da zoo, da hipster che gioca a fare la negra, dall’altro l’irritazione iniziale lascia spazio a una curiosità indisponente, e in fondo quelle continue modulazioni, a volte un po’ rozze e mascoline, nascondono una certa abilità, oltre che un’allegra ed esuberante follia.
Anche a livello musicale siamo al medesimo non-uso delle mezze misure. In pratica un carnevale, forse troppo autocelebrativo e confuso, di gran parte delle tendenze oggi in voga in certa musica “indie”. Dalle stramberie collectiviane a volte un po’ kitsch, alle eccentricità variegate dei Dirty Projectors, sino agli etnicismi afrobeat dei Vampire Weekend (solo perché i più recenti, altrimenti non si potrebbe non nominare i pluricitati Peter Gabriel e Paul Simon), passando per la Newsom più effervescente e le fusioni hip-hop, reggae e funky di M.I.A.
E pure in questo caso si rischia di restare disorientati, di fronte a un pastiche (che a volte è un vero pasticcio) vastissimo di stili, contaminazioni e strumentazioni (sgangherati riff di ukulele, ruvide e primitive percussioni, caotiche improvvisazioni al sax, field recordingsBeefheart-ians e, nuovamente, gli atonali e dirompenti andirivieni della sua voce). Rispetto al precedente “Bird-Brains”, questo sophomore racchiude un delirio certamente più hi-fi e un campionario più variopinto e accattivante. Ci si chiede, tuttavia, se tutto questo costituisca un fine o piuttosto un mezzo a volte un po’ ruffiano per accaparrarsi le lodi sperticate di certa critica.
Il dubbio sorge dal momento che, pur godendo di una sua creatività impetuosa e di uno spirito comunque dirompente nella sua vitalità (aspetto rintracciabile anche nei testi), il disco sembra essere troppo confusionario ed eccessivo, effetto collaterale della troppa voglia di strafare e di sorprendere artificiosamente.
Anche i Dirty Projectors, ad esempio, hanno costruito le proprie fortune su un pop trasversale e ricco di contaminazioni, ma in quel caso l’effetto risultava essere molto più affascinante e soprattutto orecchiabile, perché più coinciso e comprensibile nella sua metodica stravaganza. È evidente che stravolgere in maniera così confusa la materia pop, rifuggendo quasi totalmente dall’idea di melodia non sempre genera risultati appetibili, se non in chi crede che la creatività e l’originalità risiedano esclusivamente in approcci di questo tipo.
Tra gli episodi meglio riusciti del disco si potrebbe annoverare la traccia iniziale “My Country”, canzone d’amore-odio verso il proprio Paese ed emblema dello stile della Garbus, tra percussioni ossessive e tribali, urla rabbiose e abrasive esplosioni free-jazz. Ma il meglio dal punto di vista vocale e melodico è sintetizzato in “Powa”, un concentrato spumeggiante e androgino di grinta e dolcezza, un flusso quasi inarrestabile e senza confini di funky e improvvisazione pop, ma senza perdere il senso della misura. Molto bella anche “Doorstep”, con la sua melodia tenue ed essenziale che stride con il resto del disco, e quelle spensierate e polifoniche armonizzazioni vocali tipiche del soul corale.
Per tutto il resto vedere sopra. Ci si augura in futuro, una maggiore semplicità che funga da contegno a un certo modo (molto attuale) di far canzoni, continuando sì a decostruire, ma con maggiore giudizio, a creare ma entro confini più equlibrati.
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28/04/2011
This article is an English translation of the original Italian text by Matteo Sforza, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.