CALIFONE - All My Friends Are Funeral Singers

2009 (Dead oceans)
alt-folk

Nel 1977, la sonda spaziale Voyager 1 ha lasciato la Terra portando con sé un inusuale messaggio: una testimonianza su disco della cultura umana nella sua espressione più universale, quella musicale. Da allora, la chitarra ed il rauco lamento di Blind Willie Johnson, inserite nella registrazione in rappresentanza delle radici della musica americana, attendono di trovare chi possa dare loro ascolto, in un viaggio tra le stelle da cui anche Wim Wenders, nel suo “L’anima di un uomo”, ha voluto prendere le mosse per raccontare l’essenza del blues.

Ma che cosa accadrebbe se davvero, un giorno, quel disco dovesse raggiungere una civiltà extraterrestre? Che cosa accadrebbe se quelle note dovessero divenire il terreno comune per stabilire un contatto con la razza umana? Ascoltando i Califone, la domanda appare improvvisamente meno folle di quanto potrebbe sembrare: perché la musica della band di Tim Rutili è il folk-blues suonato dagli alieni, è la risposta al vecchio Omero del Delta inviata da un’altra galassia.

La tentazione, dopo anni di carriera e almeno due opere chiave come “Quicksand/Cradlesnakes” e “Roots & Crowns”, è quella di dare ormai per scontata la genialità decostruzionista dei Califone: una capacità con pochi eguali di smontare il mosaico della tradizione americana per ricomporlo secondo nuove prospettive, senza mai cedere al gioco della cerebralità.

Bisogna ammettere, però, che nel nuovo capitolo della loro avventura, “All My Friends Are Funeral Singers”, la consueta sapienza dei Califone nel mescolare i tasselli del puzzle non corrisponde sempre a un’altrettanto brillante sensibilità nella ricostruzione complessiva del quadro: questione di sfumature, di fronte a un lavoro che continua comunque a sviscerare con passione e inventiva gli archetipi della famigerata forma-canzone, anche se con risultati appena meno a fuoco rispetto al diretto predecessore.

Distorsioni fluttuanti, reiterazioni magmatiche, improvvisi squarci di interferenze al servizio di un beat più plastico che mai: l’iniziale “Giving Away The Bride” sembra fatta apposta per spiazzare. Il resto del disco, però, prosegue lungo coordinate più familiari alla traiettoria dei Califone. Sulla scia di “Roots & Crowns”, Rutili e soci, nonostante il cambio di etichetta discografica, rimangono fedeli all’intento di importare ingredienti popular nella loro centrifuga folk: ecco allora nuove aperture melodiche prendere forma tra le chitarre asciutte e i feedback di “Polish Girls”, mentre “Krill” sembra voler indire un immaginario convegno tra Will Oldham e Jason Lytle.

The direct stride of "Funeral Singers" bears the unmistakable stamp of the American band's classics: after all, Rutili's pensive murmurs, Ben Massarella's percussion and Brian Deck's production are the constant traits of an instantly recognizable personality and consistency. At the heart of the record there's always the folk dimension in all its many facets, from the circular arpeggios of "1928" to the razor-edged blues of "Salt," passing through the rustic (post-bluegrass?) dance of an "Ape-like" swirling with banjo, organ and feedback. Every track seems suspended in a haze of sounds and rhythms, scraps of electricity and acoustic stock smudged with digital intrusions: yet there's always a thin thread keeping it anchored to the ground, with an attention to detail of surprising richness.

“All My Friends Are Funeral Singers” nasce come un progetto cinematografico, destinato a fare da colonna sonora al primo, omonimo lungometraggio firmato da Rutili, che verrà proiettato durante i prossimi concerti della band. Una vocazione al rapporto tra musica e immagine che non è certo nuova per i Califone e che è testimoniata in questa occasione dai tre brevi strumentali inseriti nel disco e da una “Buñuel” che rende omaggio al regista spagnolo (“Every camera loves you better / When you quit trying to play”), alternando una danza di fiddle ad un tagliente spirito rock degno del passato dei Red Red Meat.

Immagini e visioni, del resto, sono la sostanza della musica dei Califone e i sogni sono da sempre i migliori amici di Rutili: “All my friends are weeds and rain / All my friends are half-gone birds, are magnets / All my friends are words”, sussurra in “Funeral Singers”. Alberi che crescono dalle tombe, gettando le radici nelle nostre stesse ossa; mangiatori d’oppio e macerie di guerre civili; caleidoscopi dai colori cupi, popolati di animali, esorcisti e spose. Apparizioni antiche e postmoderne, inestricabilmente intrecciate tra di loro. Probabilmente è così che appare la Terra vista dalle stelle.

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13/10/2009

This article is an English translation of the original Italian text by Gabriele Benzing, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Giving Away The Bride
  2. 2. Polish Girls
  3. 3. 1928
  4. 4. Funeral Singers
  5. 5. Snake's Tooth = Protection Against Fever And Luck In Gambling
  6. 6. Buñuel
  7. 7. Ape-like
  8. 8. A Wish Made While Burning Onions Will Come True
  9. 9. Evidence
  10. 10. Alice Marble Gray
  11. 11. Salt
  12. 12. Krill
  13. 13. Seven, Fourteen, Or Twenty-One Knots
  14. 14. Better Angels

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