GRACE JONES - Hurricane

2008 (Pias / self)
electronic, reggae, trip-hop

La catena di montaggio che stiamo per visitare è separata dall’esterno con una qualità di vetro talmente sottile, da essere impercettibile, e dare l’illusione ottica di toccare con mano uno degli addetti alla confezione che, in abiti da lavoro fluorescenti, mette insieme inermi manichini di cioccolato molto auto-referenziali nella loro statica mimica facciale. Tutto sembra così surreale e agghiacciante, proprio di un’umanità altra, disinvolta nella sua provocazione, capace di avvalersi di un linguaggio paradossale e sfuggente, inquietante e attraente, sintesi superba di primitivismo, nelle sue pulsioni, e cerebrale fulgore, nel suo codice simbolico.

Fuori da ogni rigido schematismo spazio-temporale destinato a chiudere a chiave, nell’armadio dei ricordi, decadi aggressive e rilucenti, Grace Jones, a distanza di quasi vent’anni dal poco felice “Bulletproof Heart”, e di circa trenta dall’esordio di “Portfolio”, specchio di un’epoca di plastica, eccessi, suggestioni mutant disco, timor panico eppur immediata acquisizione dello status di “icona”, torna, armata di un nuovo, elegante frustino, a stupire con “Hurricane” – nato dalla collaborazione con Sly & Robbie, Brian Eno e Ivor Guest e con la partecipazione di Bruce Wolley, Tricky e Tony Allen.

Animal essence, the agility to vanish both within the meanders of an urban grid as fast as a video game and within a forest during the mating season, tar mixed with silver to mark out territory, a futuristic hallucination: these introduce the urban reggae of "This Is Life", a discourse that continues, in the dark heat radiating from the half-light of "Well Well Well", the soundtrack to afternoons spent as an underground diva on some cool island.

Se per pop(ular) si vuol intendere un’innata capacità di rimescolare il tessuto emozionale senza girarci troppo intorno con inutili e falsi manierismi, “William’s Blood” ne possiede da vendere, forte di un tessuto sonoro sorretto dalla mano provvidenziale di Eno, capace di elettrificare e raffreddare un, di per sé, magnetico soul.

Ma la stessa capacità di disseminare inquietudine utilizzando un registro vocale algido, enigmatico, marziale, torna con il singolo “Corporate Cannibal”, corredato di video in b/n deformante, specchio distorto di un’identità provocatoria e sfuggente, nel suo avvolgersi attorno a un trip-hop che, carico dell’alienazione trickyana, in “Hurricane”, fa da sottofondo a una sfilata di moda per mutanti à-la page.

Il topos del tango torna, vischioso più che mai, a tenere le fila di ciò che, a tutti gli effetti, è un discorso dei sensi (“Love You to Life”) e un languido inseguirsi, vellutato ammiccare, intrecciarsi di pulsioni conturbanti (“Sunset Sunrise”).

La drammatizzazione, riprendendo “I’m Crying (Mother’s Tears)”, chiude questo viaggio intorno alla vertigine, sfiorando l’alta, eppur ammaliante, tensione con “The Devil in My Life”.

Pronti per abbandonarci al masochistico piacere dei nostri più patinati, colti incubi, per un attimo abbandoniamo quel cinismo che, spesso, nutrito di pregiudizio, ci fa denigrare sontuosi gioielli scambiati per bijoux di poco valore, salvando, in extremis, questo 2008 così poco emozionante.

Per chi non teme di sfuggire, ogni tanto, al tarlo della ragione.

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09/12/2008

This article is an English translation of the original Italian text by Mimma Schirosi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. This Is
  2. 2. William's Blood
  3. 3. Corporate Cannibal
  4. 4. I'm Crying (Mother's Tears)
  5. 5. Well Well Well
  6. 6. Hurricane
  7. 7. Love You To Life
  8. 8. Sunset Sunrise
  9. 9. Devil In My Life

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