PJ HARVEY - White Chalk

2007 (Island/universal)
songwriter

Qualcuno ha definito il nuovo look di Polly Jean Harvey "à-la sorelle Bronte" e il suono di "White Chalk" evoca in qualche modo i paesaggi notturni e aspri descritti in "Cime Tempestose" e quelli nebbiosi e uggiosi presenti in "Jane Eyre". "White Chalk" contiene brani che potrebbero piacere molto a Charlotte ed Emily.

Un disco intenso e spiazzante, interamente scritto al pianoforte, dove è la voce l'unica vera protagonista. Una voce, come la musica, sempre acuta, confessante, che si innalza fino a grida di dolore.

Per la prima volta PJ Harvey non duetta con se stessa, ma utilizza la voce come non aveva osato fare prima: come un semplice coretto, come un coro intero e come vero e proprio strumento musicale che fa parte del gruppo. Gruppo che c'è, ma si sente poco, pochissimo, in maniera del tutto sussurrata: ci si accorge appena del clavicembalo, delle tastiere, dell'arpa, di interventi elettronici, e la loro presenza rischia di passare elegantemente inosservata, perché tutto gira intorno al tormento di Polly Jean, che finalmente sviluppa le atmosfere sperimentate in "The Darker Days Of Me & Him", "Un Cercle Autour Du Soleil" e nella celebre b-side "Who Will Love Me Now?".

Accantonata l'euforia e la spensieratezza di "Stories From the City, Stories From The Sea" e l'allegra sfrontatezza di "Uh Huh Her", Polly Jean si ritrova nuovamente abbandonata con la consapevolezza di una donna vicina ai quaranta, ben più matura della passionale Fanciulla Gentil di cui ci narrava 11 anni fa in "To Bring You My Love". "White Chalk" sembra essere un disco con cui la cantautrice del Dorset tenta di fare ammenda con se stessa per essere stata in qualche modo felice negli ultimi anni. Polly Jean è a pezzi, frantumata al suolo, caduta in picchiata dal settimo cielo.

Decisamente più vicina a Kate Bush che a Patti Smith, sicuramente molto lontano da qualsiasi cosa PJ Harvey abbia mai prodotto. Per la prima volta si parla chiaro, PJ non racconta storie, non ci descrive paesaggi, non ci narra di angeli abbandonati a loro stessi. Polly Jean non è mai stata tanto nuda in nessuno dei suoi dischi. Un disco di solitudine assoluta: nell'introduttiva ed esaustiva "The Devil" ("As soon as I'm left alone – the Devil wanders into my soul"), nella criptica "The Piano" ("Oh God I miss you"), in "To Talk To You" (lettera aperta alla nonna scomparsa durante le lavorazioni di "Uh Huh Her") e in "Before Departure" (la lettera d'addio di un suicida).

Menzione speciale per "When Under Ether", primo singolo estratto, meraviglioso nella sua melodia.

Un disco attuale con un abito antico e che sembra cantato da un fantasma. Fantasma che, album dopo album, continua a confermarci che c'è modo e modo per piangersi addosso.

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18/09/2007

This article is an English translation of the original Italian text by Magda Di Genova, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. The Devil
  2. 2. Dear Darkness
  3. 3. Grow Grow Grow
  4. 4. When Under Ether
  5. 5. White Chalk
  6. 6. Broken Harp
  7. 7. Silence
  8. 8. To Talk To You
  9. 9. Piano
  10. 10. Before Departure
  11. 11. Mountain
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