Venerdì sera, al Théâtre Beanfield di Montreal, è successo qualcosa che va oltre il semplice ritorno sulle scene. Nel mezzo del tour A Return to Zero, che sta portando Billy Corgan e i suoi nuovi Machines of God a rileggere, con piglio epico e visione ciclica, pagine scelte dal canone Smashing Pumpkins (“Mellon Collie and the Infinite Sadness”, “Machina/The Machines of God”, fino all’oscura gemma “Aghori Mhori Mei”), si è aperta una breccia nel tempo.
Proprio nella sua città natale, Melissa Auf der Maur è salita sul palco durante il bis, accolta da un’ovazione commossa del pubblico. Con quella sua presenza magnetica, ha portato con sé il peso e la grazia del ricordo. Un incontro atteso, quasi profetico, che ha scosso la memoria collettiva di un’epoca e di una band che ha attraversato l’apocalisse del rock alternativo novantiano.
Il momento più denso, però, non è stato musicale. Prima che il gruppo lanciasse le prime note di “The Everlasting Gaze”, Auf der Maur si è rivolta a Corgan con un sorriso che conteneva tre decenni di storia: “Billy, ti ricordi le prime parole che ci siamo scambiati, il 23 luglio 1991? Mi sono avvicinata al bordo del palco, dopo I Am One. Tu stavi sistemando la tua attrezzatura…”.
Corgan, come a voler rompere la tensione: “Ti amo, non andartene mai?”.
La risposta è un frammento di pura mitologia rock: “Ci sei andato vicino. Ho detto: “In nome di Montreal, Canada, ti chiedo scusa per la bottiglia di birra che ti è stata lanciata. Sono Melissa da Montreal e ti seguirò fino alla fine dei tempi”.
E così è stato, almeno per una sera. Con Auf der Maur al basso,”The Everlasting Gaze” ha chiuso un concerto che somigliava più a un rito che a un’esibizione. Una band che si chiama Machines of God e una città che, come poche altre, sa custodire i suoi figli più rumorosi.
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This article is an English translation of the original Italian text by Mattia Fumarola, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.