La richiesta di Melnyk è proprio quella di perdersi nel suo mondo, nel mare di note da lui creato, in un viaggio che sembra assumere, nei volti di alcuni spettatori, quasi connotati psichedelici. Melnyk produce col suo pianoforte un vero e proprio muro di suono, cosa per nulla semplice, considerato lo strumento. Tra una composizione e l’altra, Melnyk parla al pubblico e lo fa con estrema naturalezza e semplicità, spiegando i significati di musica continua e mettendo in guardia dalla nuova “religione” del ventunesimo secolo, la scienza, che – a suo dire – può diventare oggi la nuova vera religione, forse la più pericolosa mai esistita.
Ma soprattutto parla di amore e della bellezza di tutto quello che ci circonda; l’universo, la natura e gli esseri che la abitano, tutto è bello e tutto è da amare. E quando Melnyk suona il suo ultimo brano, la monumentale “Windmills” tratta dall’album omonimo, l’impressione è davvero di essere presenti a un evento storico e non a un semplice concerto; sono sicuro che tra i numerosissimi partecipanti in tanti avranno avuto la mia stessa impressione.
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This article is an English translation of the original Italian text by Valerio D'Onofrio, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.