Giunta al suo sesto album, Marie Davidson continua a muoversi tra fascinazioni darkwave su 4/4, con i Nitzer Ebb a definire il diktat. “City Of Clowns” porta con sé il peso di una carriera costruita su dischi come “Adieux Au Dancefloor” e “Working Class Woman”, che avevano saputo intrecciare suggestioni Ebm e vocal ammalianti. Qui l’equilibrio si inclina: le dieci tracce sembrano appesantite da formule electroclash iperdecorate e da escursioni synth-pop che faticano a convivere con la sensualità spigolosa dei brani migliori, rischiando di scivolare nel manierismo.
I testi passano spesso in secondo piano, tra slanci ironici e lampi di lucidità: è il caso di “Demolition”, in cui il disincanto si fa analisi sociale sulla logica del capitalismo dei dati, con una bassline solida come mattoni di vetro e una voce che mormora “all I want is you… your data“. Musicalmente, è forse il disco più radio-oriented di Davidson.
Gli spoken word suonano più come filastrocche noir che come le invettive taglienti cui ci aveva abituati, e l’immaginario distopico evocato resta sfocato. Qualcosa si muove nelle tracce più cupe: l’electro-break ossidato di “Statistical Modelling” strizza l’occhio ai Drexciya e alle profondità del sound post-industrial, mentre “Unknowing” evoca il cyberpunk di William Gibson con un incedere oppressivo, glissandi ansiosi e atmosfere senza ossigeno. Sono i momenti in cui Davidson ritrova quella precisione chirurgica che aveva reso “Working Class Woman” un disco difficile da dimenticare. Eccezioni isolate in un’opera che non riesce a mordere come dovrebbe.
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07/08/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Giustiniano, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.