Arriva un momento in cui scrivere brani diventa quasi un gesto istintivo, un riflesso maturato nel tempo. Anthony Naples, producer nato a Miami e ormai di stanza nella Grande Mela, riesce a rendere dignitose anche le derive più cheesy e a non far crollare nel grottesco atmosfere zuccherose: tutto merito dell’esperienza. “Scanners”, tuttavia, è anche album convenzionale. Squisitamente house, sia chiaro: quella che profuma di notte avanzata, di dancefloor ovattati e alienazione da ritmo ostinato, con qualche reverenza verso l’opera di Loidis e Jesper Dahlbäck che di certo non guasta. Da un lato, i ritmi sono limpidi e funzionali come non mai. Dall’altro, questa maestria produttiva si scontra con una scrittura irregolare: l’opener lascia un po’ perplessi, ma “Hi Lo” è magnetica e cattura con il suo groove vellutato su accordi ariosi.
Poi, “Somebody”, che commuove con un pianoforte emozionale e glitchato, nostalgico come un ricordo d’infanzia. Quella di Naples è una house metropolitana, pensata per piste asettiche e inebrianti, e la perizia tecnica è incrollabile. È la scrittura a fare le bizze: ma proprio quando le emozioni sembrano virare nel teatrale, arriva ‘Lifetimes’ con la sua struttura deep millimetrica, il subwoofer che ondeggia e l’intenzione di fluttuare sospesi a mezz’aria.
La closing track richiama il Traumprinz più breakbeat di “U’ll Be The King Of The Stars”, anche se qui con un cucchiaio di zucchero in più. Ed è un po’ questa la sensazione: un percorso altalenante. Non abbastanza per conquistare, ma sufficiente per non rimpiangere l’ascolto.
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21/05/2025
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Giustiniano, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.