Va riconosciuto ad Alasdair MacLean di aver preservato un target artistico abbastanza rigoroso: nell’arco di trent’anni, attraverso sette album con i Clientele (incisi tra il 2000 e il 2017), il musicista ha rinverdito ed evoluto il concetto di chamber-pop, stile incidentalmente codificato da gruppi come i Left Banke, i Love e gli Zombies. L’abilità dei Clientele nell’evocare luoghi, suoni, emozioni senza mai suonare passatisti, anzi incrociando l’indie-pop tenendosi a debita distanza dalle semplificazioni di molti gruppi folk-pop (è nota la recente critica di Alasdair MacLean ai Belle & Sebastian), ha permesso alla band di evolversi verso una musicalità complessa e imponderabile, ambiziosa eppur amabile, riconoscibile e personale.
“I’m Not There Anymore” giunge a sei anni di distanza dall’ultimo “Music For The Age Of Miracles” e ben tredici da “Minotaur“, confermando un’attenzione alla struttura degli arrangiamenti e alla composizione dal piglio nobile, colto ed elegante.
I Clientele festeggiano il ventennale discografico con un’opera temeraria e mai pretenziosa, anzi piacevolmente onirica, in parte scevra da quelle soavi attitudini West Coast del precedente album. Una scelta che sacrifica la più corposa messa in scena dei progetti passati, ritrovando in converso quel fascino intimista diventato un vero e proprio marchio di fabbrica per la band di Hampshire.
The eight and a half minutes of "Fables Of The Silverlink" move between impressionism and drama. Complex, shifting harmonies follow one another, now barely hinted at with a sigh, now steeped in a poetics that smells of unease and gloom. But a surprise always lurks around the corner, right up to the magical finale, which leaves open an infinity of passages and sonic suggestions still to explore — a mini-suite that seems to have sprung straight out of Love's "Forever Changes". And it's only the beginning of a tale with more or less explicit literary contours: Alasdair MacLean, James Hornsey and Mark Keen delight in sifting through corners of memory in search of discord and beauty.
"I'm Not There Anymore" is an ongoing dialogue between routine and fantasy: the piano sometimes creates brief oases where the ever-simmering harmonic daring can rest — "Radial C (Nocturne For Three Trees)", "Radial B", "Radical E" — or where snatches of bossa nova can flow ("Claire's Not Real"), while more sophisticated neoclassical connections offer the groundwork for lustrous orchestral pop ("Garden Eye Mantra") and rhythmic and melodic twists with disorienting ethnic tonalities ("Dying In May").
Elemento chiave e in parte innovatore del nuovo album dei Clientele è l’ingresso del computer: non è certo la rivoluzione invocata da alcuni critici (paragoni con la svolta elettrica di Bob Dylan o riferimenti a “On The Corner” di Miles Davis), ma l’ingresso di ulteriori elementi jazz, folk, etnici, elettronici e perfino di hauntology non rappresenta una scorciatoia per suscitare stupori passeggeri, ma è il frutto di anni trascorsi in dimensioni sonore parallele (Amor Do Dias) o vissute esplorando nuove sonorità (come la fulgida passione per uno strumento iraniano, il santur).
Con “I’m Not There Anymore” la band inglese consegna alla storia una delle sintesi art-pop più originali – non riesco a immaginare una canzone più potente e seducente di “Lady Grey”, un chamber-folk-pop che la Penguin Cafe amerebbe avere in repertorio, o una pop song leggiadra come “Blue Over Blue” ed è altresì pura poesia il tratteggio fragilmente noir e vellutato di “Hey Siobhan”.
Le citazioni letterarie sono abbondanti eppur abilmente celate, a volte è appena un mormorio adagiato su un tessuto di archi e piano (“Conjuring Summer In”), ma non mancano esplorazioni più ardite e avantgarde nel graffio sperimentale di “My Childhood” (con Jessica Grifin dei Would Be Goods a recitar versi), brano ripreso per il finale dell’album (“The Village Is Always On Fire”) con tempi ritmici in reverse, cori e violoncelli.
Con “I’m Not There Anymore”, ottavo album della loro discografia, i Clientele dimostrano di non aver timore nel valicare i confini di genere, nonché di aver acquisito una maturità e una padronanza che li collocano al vertice della musica pop più colta, oltreché antesignani di future nuove meraviglie.
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04/08/2023
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.