La musica di Caleb R.K. Williams potrebbe dare l’impressione di non cambiare mai, di essere eterna e immutabile come i paesaggi che cerca di descrivere: l’America perduta, gli spazi sconfinati e incontaminati dalla presenza invasiva dell’uomo di cui sono rimaste solo immagini sfocate nella mente, figlie della visione di vecchi film. Se si vede invece l’evoluzione della musica del compositore americano, si nota che, seppur impercettibilmente, la musica negli anni cambia per diventare più matura e consapevole.
A forza di scavare nella tradizione americana, Williams si avvicina sempre più all’autentico spirito di frontiera che va dal country primordiale di “California Poppy”, devastato da parentesi noise, agli scenari desolati di “The Dark Cloud Has Almost Passed”, dove la chitarra si unisce al deserto in modo indelebile, sino al momento in cui il vento e la sabbia diventano assoluti protagonisti e la musica si limita a essere mero sottofondo (“Antlers”).
In questo stile prettamente descrittivo che si ripete sempre uguale, Williams trova a volte momenti di magia quasi casuali, come nel drone di chitarra di “Lone Ranger”, con pochi accordi ripetuti che ricordano i mantra del “Nosferatu” dei Popol Vuh. La chitarra tende via via a scomparire, sommersa da landscape sempre più scarni, simili a quelli della storica coppia Cave-Ellis (“Faces In The Flame”), per riapparire protagonista nel finale di “Lou”, un loop di due chitarre e un violino per sette minuti statici e ipnotici.
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22/03/2023
This article is an English translation of the original Italian text by Valerio D'Onofrio, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.