Esotico, avvincente, il secondo album del collettivo belga ripropone un’originale formula etno funk/afrobeat dalle molteplici nuance. Il produttore, compositore e musicista Frederik Kùhn si destreggia abilmente tra groove deep-funk e stratificazioni ritmiche e melodiche, mescolando sacro e profano in un denso rituale mistico-sonoro, dove musica e parole assumono un ruolo antropologico intenso e pregante.
Quella degli Alpacas Collective non è una soluzione inedita o particolarmente innovativa, ciò nonostante il gruppo belga è una delle migliori formazioni afrobeat in circolazione. La sua musica è un’autentica esplosione di ritmi e di evocative melodie di terre lontane, non prive di testi dagli interessanti risvolti politici e sociali.
I dieci minuti della title track sono un sentito omaggio a Fela Anikulapo Kuti, le cadenze afrobeat e il latin-funk si fondono con una naturalezza impressionante: tra sezioni fiati ricche di swing ma mai dominanti, assolo di sax e organi vintage in piena estasi analogica, il brano è altresì terreno fertile per una potente invettiva contro le classi politiche dominanti e sulla vacuità delle loro azioni.
Nella visione multietnica degli Alpacas Collective, c’è spazio per sonorità orientali adagiate su groove funky, speziate dal tocco gentile del flauto e dall’uso della lingua francese, che dona ulteriore raffinatezza all’elegante ed esotico mix di “Movéfèzè”. Di pari passo sitar e tablas spostano l’asse verso l’India, prima con un solido corpo strumentale “Gunkali”, più avanti con atmosfere esotiche e rilassanti, che tradiscono citazioni psichedeliche ed etno-jazz (“Bhimpalasi”), che suggellano la miglior performance del disco. Per “Boyoma” il collettivo indugia su groove afrobeat rubando alla tradizione desert-blues dei Tinariwen il ruolo primario della chitarra elettrica, e il risultato e altrettanto coinvolgente.
La natura multietnica della musica degli Alpacas Collective è più incline all’inclusione che alla sottomissione: sono gli elementi comuni il trait d’union di “Big Words”, la fusione di stili è difatti sempre funzionale a una visione d’insieme che la band non tradisce anche quando sonorità più tipicamente funky (“Surrounded”) o soul-jazz (“What Could I Do”) scorrono fluide con un piglio da jam session.
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09/02/2024
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.