Dopo una lunga gestazione, diversi posticipi e metà delle tracce pubblicate in forma di anticipazione, gli Sports Team di Alex Rice hanno partorito “Gulp!”, opera dalle premesse spumeggianti ed esplosive, palpabili fin dalla copertina cartoonesca, e messe in campo al fine di soddisfare le aspettative che erano montate intorno al sestetto di Cambridge con “Deep Down Happy”. Tuttavia, non tutte le ciambelle riescono col buco, e a giudicare dall’attacco con l’orecchiabile “The Game”, incursione fatta di influenze pub-rock e di un rock’n’roll fin troppo stereotipato, che si ripropongono successivamente anche in “Fingers (Taken Off)”, la band sembra essersi smarrita al confine tra voglia di intrattenimento puro e importanza del contenuto.
A tenere debolmente alte le sorti dell’album, con discreto successo, sono le atmosfere danzerecce dell’invettiva contro il capitalismo “The Drop”, “Cool It Kid”, che pesca a piene mani dall’indie rock anni Novanta dei Pavement di “Wowee Zowee” e dei Silver Jews di “American Water”, a cui si aggiunge la sezione ritmica preminente di “Dig!”, mantra ripetitivo che unisce il nervosismo degli Idles a giri di chitarra ruffiani.
“Unstuck” abbozza riff smithsiani, sulla scia di quel dinamismo jangle à-la “This Charming Man” e “Vicar In A Tutu”, con una massiccia aggiunta di power-pop targato Guided By Voices. “R Entertainment” chiama (immancabilmente, ormai è prassi) in causa la new wave di Talking Heads e Television in chiave pop, mentre passano in secondo (o anche terzo) piano i cambi di velocità repentini di “Kool Aid”, e il piano e la chitarra acustica che accompagnano l’alternanza pessimismo/ottimismo delle strofe di “Getting Better”.
Sprizza nineties vibes da ogni nota la chiusura “Light Industry”, che guarda per sonorità e liriche, meno dirette delle precedenti, agli ultimissimi Replacements, e sembra uscire da tutt’altro disco, facendo storia a sé.
Rispetto al più promettente ed equilibrato debutto, “Gulp!” pecca eccessivamente di goliardia nel sound, forse desiderata in accostamento ossimorico con i testi cinici (ma alquanto spenti), e soprattutto per un’efficace resa live, risultando radio-friendly e neutrale, al punto da soddisfare solo superficialmente, senza destare un reale interesse. Recuperare le redini e riprendere il controllo per trovare una quadra e realizzare brani di qualità, ma con la spensieratezza e l’ironia che contraddistinguono Rice e compagni, sarà di vitale importanza per permettere loro di ritagliarsi il proprio angolo di paradiso in un campo già affollato e diversificato come quello tra indie rock e post-punk odierno, che ormai non ammette più errori o cartucce a salve.
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14/10/2022
This article is an English translation of the original Italian text by Martina Vetrugno, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.