L’ennesima rentrée in gruppo di John Frusciante, ormai datata 2019, deve aver prodotto stimoli davvero importanti all’interno dei Red Hot Chili Peppers.
Il reintegro dell’autore e chitarrista newyorkese ha innescato in Anthony Kiedis, Flea e Chad Smith quell’abbrivio per ripartire di slancio nella produzione di nuovo materiale che solo all’inizio del corrente anno era sfociato in “Unlimited Love“, album che ha segnato, con Rick Rubin in cabina di regia, il ritorno ufficiale della band losangelina in cosiddetta formazione-tipo.
Come effettivamente riportato in alcune interviste del periodo, i Red Hot avevano avvisato circa la grande prolificità che stava emergendo da quelle sessioni, informando con estrema precisione che il materiale scaturito era davvero corposo e sintomatico di un ritrovato amalgama, in passato reso impossibile dalle innumerevoli vicissitudini che hanno da sempre contraddistinto la lunga storia della band.
Detto, fatto. Ai diciassette brani di “Unlimited Love” si aggiunge dopo sei mesi l’altrettanto sostanzioso “Return Of The Dream Canteen”, titolo emblematico che, proprio parafrasando l’identificativo principale, se non è proprio un ritorno al banchetto dei tempi d’oro, segna sicuramente un visibile passo in avanti quantomeno rispetto all’album precedente. La particolarità del raffronto tra i due lavori, in pratica realizzati contemporaneamente, porta ad acuire i difetti del predecessore, troppo dispersivo e sorretto esclusivamente dalla caratura artistica dei componenti.
Mind you, even among these seventeen tracks there's no shortage of forgettable moments, as has often happened on Peppers records, especially the ones running well beyond the standard length (see "Stadium Arcadium"), but the positive takeaway from this "double album" overall is a sharper focus in the ideas that shaped the final project.
Il lavoro miscela con esiti più che discreti l’accesso nella loro comfort zone, che fa del trascinante crossover funk-rock il cavallo di battaglia (“Fake As Fu@k” e “Afterlife”), con alcune svisate verso altri lidi, addirittura proiettati verso credibili armonie blues (“Carry Me Home”), affabili puntate a sonorità the '80s (“In The Snow”), levigati intrecci pop con venature jazz, grazie al sax posizionato sul finale (“My Cigarette”) o le ondivaghe trame del divertente singolo “Tippa My Tongue”, accerchiato da sezioni che riconducono a risonanze seventies.
I testi di Kiedis, in buona forma vocale, mostrano i segni del tempo: più banali forse – e fortunatamente per lui – perché non più legati alle gravose vicissitudini personali che, c’è poco da fare, lo avevano spinto a diffondere concetti e contenuti di indubbio interesse.
Come ogni album dei RHCP, però, le situazioni che lasciano il segno sono quelle caratterizzate dalle solide ritmiche create dalla relazione basso/batteria di Flea e Chad Smith, sequenze da assoluti cattedratici del settore (“The Drummer” e “Roulette”) o dove il ritrovato Frusciante può liberare il suo inimitabile estro in piena e finalizzata libertà, come nel tributo al grande Van Halen (“Eddie”), nell’esplosiva “Reach Out” e nella graffiante “Bag Of Grins”.
“Return Of The Dream Canteen” riporta i Red Hot Chilli Peppers sulla retta via. Nulla di sensazionale e di innovativo, come detto, ma un oggettivo miglioramento rispetto ai discutibili lavori che hanno marcato il loro recente percorso artistico.
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18/10/2022
This article is an English translation of the original Italian text by Cristiano Orlando, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.