Dopo aver compiuto una sorta di giro del mondo passando per la Mitteleuropa d’antan di “Wolfgang Amadeus Phoenix“, i miraggi orientali di “Bankrupt!” e il buen retiro italiano di “Ti Amo“, i Phoenix hanno riportato tutto a casa. Una scelta, diciamolo pure, anche un tantino obbligata dalla situazione contingente quale è stato il lockdown che ha chiuso il mondo in casa fino a nuovo segnale. “Costretti” a restarsene fermi in quel di Parigi (beati loro), i quattro hanno però ottenuto un’opportunità non da poco: quella di registrare il nuovo album all’interno del Musée des Arts Décoratifs, a mezzo passo dal Louvre. “C’era così tanta bellezza attorno a noi in quelle sale deserte – ha raccontato Christian Mazzalai – che non riuscivamo a smettere di produrre musica. Nei primi dieci giorni abbiamo scritto praticamente tutto l’album”.
Più che – di nuovo – con l’Italy, la copertina Botticelliana (particolare della “Madonna col Bambino con otto angeli”, dipinta nel 1478 e invero custodita in un’altra capitale europea, Berlino) sancisce dunque il legame con l’Arte, cornice e al tempo stesso fonte di ispirazione dei francesi. E tra una folgorazione e l’altra viene pure il sospetto che, forse a livello puramente inconscio, i Phoenix abbiano anche voluto omaggiare o lasciarsi guidare spiritualmente dall’amico-maestro Philippe Zdar, scomparso in circostanze tragiche nel 2019, dando vita a quello che è senza dubbio il loro lavoro più “ballabile”. Non più le metriche in levare di “Wolfgang Amadeus”, bensì una piccola costellazione di uptempo in cassa dritta che qua e là (“All Eyes On Me”, l’irresistibile “Alpha Zulu”, dotata di videoclip con tanto di quadri cantanti) sanno di techno alla francese, l’humus culturale dal quale sono sbocciati i quattro di Versailles.
Una nuova declinazione che spinge ancora più in là il synth-pop di cui ormai il combo transalpino si fa autorevole portavoce, come già potevano far intendere i singoli pubblicati con largo anticipo: più “Identical” (pubblicato addirittura nel 2020), ieratico nella sua essenza sintetica, o “Winter Solstice”, un algido loop che rifugge la struttura della forma-canzone, che una “Tonight” dal sentimento più caldo e colorato dall’intervento mai banale di un ospite del calibro di Ezra Koenig.
Rimane una quota di tracklist in cui i Phoenix si limitano a fare i… Phoenix, e rimane quella più divertente. “Artefact”, un midtempo agrodolce che sembra sbucare direttamente dalle registrazioni di “Ti Amo”, è uno di quei numeri di alta scuola che i Nostri ripetono senza mai stancare dai tempi mitici di “United”.
Nulla da ridire nemmeno su una “My Elixir” che abbassa ulteriormente i toni senza scalfire una magia solo in apparenza naive dettata dalla inconfondibile voce di Thomas Mars. “I want to be forever young”, canta in “The Only One”: più che un desiderio, una condizione ormai acquisita.
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08/11/2022
This article is an English translation of the original Italian text by Fabio Guastalla, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.