“Galaxy Heart” è un album free form, un disperato tentativo di ricerca di purezza e poesia nell’imperante caos, ed è senza dubbio il disco più affine al nichilismo eretico dei compagni d’armi Silver Mt Zion o di scuderia Godspeed You! Black Emperor.
Ed è questa una delle ragioni della continua disconnessione stilistica ed emotiva delle dieci tracce, a volte legate da un titolo apparentemente provvisorio (“Uncanny Being – Violin Study #2”, “Uncanny Body – Violin Study #1”), altrove demarcate dall’aggressione del suono di una chitarra dalle interessanti sonorità minimal-maximal (“This Continum Spectrum”).
“Galaxy Heart” è una di quelle opere che lascia dietro di sé una lunga lista di suggestioni sonore ed emotive, che viene quasi naturale descrivere con un’affascinante sequenza di aggettivi e attributi, per fortuna disponibili in gran quantità già nelle note pubblicitarie e dalla pagina Bandcamp.
L’opera di Jessica Moss non ha in verità bisogno di molta enfasi lessicale: è indubbio il suo enorme contributo apportato al rinnovamento tecnico ed espressivo del violino. Indomita e temeraria, la musicista canadese non teme sfide, e sotto questo aspetto questo nuovo disco è il più coraggioso e ardimentoso dei cinque finora realizzati, ma è anche quello più incline a imperfezioni e difformità. Lo si percepisce in elementi strumentali non sempre messi a fuoco – la batteria di Jim White dei Dirty Three a volte resta schiacciata e compressa – o nel tratto distratto di alcune composizioni (“Undirected”, “Opened Ending”).
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17/12/2022
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.