WHITNEY K - Two Years

2021 (Maple death)
folk-rock, psychedelia

Con l’avvento del terzo millennio la musica rock è stata provvisoriamente messa in cantina, un linguaggio espressivo che resiste solo tra maturi nostalgici e giovani acquirenti di vinili digitalizzati che inseguono un furore oramai estinto. Non è facile comprendere le ragioni di questo sconvolgimento epocale, la sete di edonismo da una parte e la rabbia affidata agli slogan dall’altra, hanno in qualche modo ridimensionato la partecipazione sociale e politica e di conseguenza la musica ha smarrito molte accezioni culturali.

Sorprende piacevolmente scoprire le forti motivazioni dalle quali nasce il nuovo album del musicista canadese Whitney K: una denuncia sulle conseguenze del colonialismo canadese e sulle prospettive ancor più destabilizzanti della corsa verso l’urbanizzazione, quindi sulle contraddizioni di un progetto politico che mira a schiacciare le realtà sociali e culturali autoctone.

Il folk blues urbano, notturno ed ebbro di Whitney K affonda le radici nelle piccole miserie e fragilità umane, tra ballate cadenzate da un tempo di valzer e un indolente suono di una slide guitar (“Me Or The Party #165”) o stralunati gospel-blues introdotti da un flusso noise vellutato e tagliente, con un organo che accenna un lampo di ottimismo (“The Weekend”).

“Two Years” è un disco rock nel senso più puro del termine, un album aspro e graffiante alla maniera dei Velvet Undeground: un modello musicale che è riferimento costante per il musicista canadese, soprattutto quando il suono si fa più grezzo e ribelle al fine di mettere all’indice le politiche colonialistiche (“Trans-Canada Oil Boom Blues”).

Spacciato erroneamente per un esordio, “Two Years” è in verità il terzo album in studio del musicista canadese. In meno di trenta minuti Whitney K affronta i dubbi di un uomo in perenne difficoltà con le proprie radici, da anni Whitney viaggia tra Canada, America e Inghilterra. E’ un insieme di storie e anime in movimento, un disco on the road che viaggia sia sulle highway che sulle railway, raccogliendo blues, country, honky tonk, gospel e un briciolo di psichedelia.

Se Mark E. Smith fosse nato in America o in Canada, forse le sue canzoni sarebbero state sbilenche e roots come “Last Night #2”, anche se sono le tribolazioni di John Cale (le distorsioni del violino nella cupa “Good Morning”), la poetica urban-folk di Lou Reed (la splendida “Maryland”) e il disincanto alt-country di Cass Mc Comb (“Hit This Pipe” e “Cowboy City Rockers”) le influenze più evidenti di un album oltremodo originale e potente.

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15/03/2021

This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Good Morning
  2. 2. Trans-Canada Oil Boom Blues
  3. 3. Me Or The Party #165
  4. 4. #166
  5. 5. Cowboy City Rockers
  6. 6. Richmond Beach
  7. 7. The Weekend
  8. 8. Last Night #2
  9. 9. Hit This Pipe
  10. 10. Maryland

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