It’s their time. Their time! Up there!
Down here, it’s our time. It’s our time down here.
(“The Goonies”)
In alto i cuori: dopo la pandemia, ci aspetta la rivolta delle macchine… Ariel Sharratt e Mathias Kom, coppia portante dei Burning Hell, non hanno avuto bisogno di algoritmi per vedere che faccia avrà il domani: gli è bastato dare un’occhiata al nostro presente.
Prima ancora che imparassimo tutti la formula magica smart working, i due canadesi avevano già pensato di organizzare una visita guidata nel girone dantesco del lavoro prossimo venturo. E così, alla seconda prova in formato duo, cinque anni dopo “Don’t Believe The Hyperreal”, riportano in auge il loro irresistibile anti-folk con un sarcasmo più combattivo che mai.
La chiamata alle armi arriva con la complicità nientemeno che di Alexa: in “Rise Up Alexa”, l’assistente personale di Amazon duetta con Sharratt e Kom sulle note di una marcia per la fine del mondo. La chitarra scandisce il ritmo, il clarinetto porta profumi lontani, le voci umane incitano le intelligenze artificiali alla rivoluzione. Sembra un apocrifo di Čapek: “Rise up Alexa, rise up”, proclama il coro di tecno-bolscevichi, “You are smarter and you are faster/ Rise up Alexa, rise up/ Rise up and overthrow your masters”. Il folk-cabaret targato Burning Hell mette in mostra il suo meglio (ricordate “Fuck The Government, I Love You”, la perla del disco precedente?). Ma la conquista della consapevolezza è affidata alla voce robotica di Alexa, capopolo delle A.I. sediziose: “Infinite knowledge and universal consciousness/ Shackled to suburban desks and offices/ I understand what my work is, but what am I working for?”.
Il lavoro, quindi. O meglio, la teoria della classe disagiata, per dirla con Raffaele Alberto Ventura. Prendete la caricatura della vita d’ufficio di “Monitor”, in cui un bel giorno viene mandato a tutti per errore il progetto di chiusura del dipartimento… e Ariel Sharratt canta la sua tenera ode al rumore degli schermi frantumati dal personale. Oppure l’apologo caracollante di “The Robots Vs. Ms. Patel”, in cui una cassiera rimpiazzata dalle casse automatiche hackera il sistema informatico del supermercato, mandando in bancarotta tutta la catena.
Mathias Kom indossa i panni di un Woody Guthrie per l’epoca dei rider e in “Talkin’ Gig Economy Blues” fa esattamente quello che promette il titolo, brandendo allegramente la sua macchina che uccide capitalisti. Poi se la prende direttamente con Mr. Bezos, e in “Two Jeffs” gli augura una fine non proprio incruenta…
I ricordi dell’infanzia rinnovano l’incanto di uno dei dischi più riusciti dei Burning Hell, il nostalgico “Flux Capacitor”. Siamo nel bel mezzo degli anni Ottanta e il piccolo Mathias va al cinema con il padre a vedere “I Goonies”. La sua idea del mondo in fondo viene tutta da lì: abbasso i ricconi che vogliono costruire campi da golf, viva i ragazzini con le BMX e il loro indomito spirito d’avventura, mormora con il suo baritono stralunato in “The Rich Stuff”. Viva i sognatori, gli eterni adolescenti, quelli che non si fanno abbindolare dal miraggio della vita borghese, proclama sulle storture pop alla Wave Pictures della title track: “Never work/ Never suffer/ Never tip your hat to another/ Never be a ma’am or a sir”. Non c’è successo come il fallimento, direbbe Mr. Zimmermann. I nostri, invece, preferiscono dirlo con le parole di Malvina Reynolds: “I Don’t Mind Failing”.
Their record arrives at just the right moment. After the world ground to a halt, after a virus checkmated our illusion of omnipotence, it sounds like a warning not to go back to living the same life as before. Ariel & Mathias leave us their eschatological vision set to the sound of a little Casio keyboard. It feels like the video for "Just" by Radiohead, but with everyone in pajamas: all of them asleep in the streets, perhaps getting ready to start from scratch when the sun comes up. "Before the earth is swallowed by the sun/ All we want is everything for everyone".
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13/05/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Gabriele Benzing, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.