Non si può certo dire che Kehlani non abbia grinta e fiducia in sé stessa. Nonostante il successo, tutto sommato modesto, dell’acerbo debutto su Atlantic “SweetSexySavage“, la giovane californiana ha continuato a scavarsi con tenacia un solco tra i rivoli dell’r&b contemporaneo. Sul suo nuovo disco – “It Was Good Until It Wasn’t” – non mancano collaboratori di varia estrazione a timbrare il cartellino, ma anche il mixtape “While We Wait” dell’anno scorso non era certo parco di ospiti. Grossa parte del business sta anche nell’agganciarsi a progetti altrui per instaurare rapporti mutualmente benefici, e in questo Kehlani c’ha sempre visto lungo – Calvin Harris, Stormzy, Chalie Puth, Eminen, Cardi B e Teyana Taylor solo alcuni dei nomi con i quali ha recentemente avuto a che fare.
Anche per questo, il suo nuovo lavoro mostra una promettente crescita dal punto di vista del suono rispetto al passato, ma purtroppo scrittura e interpretazioni non sono ancora abbastanza interessanti per far davvero drizzare le antenne.
Certamente Kehlani si rivolge a un pubblico molto giovane che consuma musica in streaming seguendo più l’urgenza comunicativa del messaggio che non la costruzione formale di un long playing. E in tale frangente l’autrice si prende molto sul serio; “Everybody Business” affronta i tanti pettegolezzi circa la propria vita privata sparsi per la Rete, in particolare le sue liason sentimentali che sembrano sempre oggetto di critiche e gossip selvaggio. Apologia però manco per sbaglio, Kehlani è schietta e non ha alcuna paura di espletare il proprio appetito sessuale – “Water”, “Serial Lover” e “FM&U” lasciano davvero poco all’immaginazione. E questo per tacere della torrida “TOXIC”, che, oltre a essere la traccia migliore del lotto, si presenta corredata da un videoclip dichiaratamente se(n)suale.
Quel che manca a “It Was Good Until It Wasn’t” è però un vero momento topico, che sia un buon ritornello o un’interpretazione particolarmente sentita. La voce di Kehlani è sottile e spesso manca di grandi sfumature, mentre la struttura delle canzoni non va mai oltre la jam di generico r&b contemporaneo. Né il sax del solitamente abile Masego su “Hate The Club”, né l’estemporanea presenza di James Blake su “Grieving” riescono davvero a permutare la formula verso qualcosa di inedito.
La sempre pacata Jhené Aiko magari s’infila con grazia sibillina nel duetto “Change Your Life”, ma è un raro momento di vera complicità emotiva in un disco che sin dai presupposti dovrebbe fare della complicità emotiva il proprio motivo di essere.
Per montare dischi di r&b morbido e dal ritmo sempre al passo tanto cari al genere ci vorrebbe un’attenzione compositiva a dir poco certosina, il che è molto più difficile di quanto si pensi. Dove vi sono riuscite Brandy, Tweet e Aaliyah, firmando rare pagine miliari per il genere, tante altre cantanti seguono nel solco del prevedibile, macinando dischi anche decenti ma che spesso si dimenticano nel giro di una stagione, e Kehlani è ancora ferma su tale standard. Esempio lampante di produzione mancata: l’esangue e disidratata “Bad News”, che si trascina con fare vagamente annoiato, solo sul finale quella linea di pianoforte che è stata quasi muta durante tutto il pezzo inizia a ricamare qualche accordo con più decisione, ma nel giro di pochi secondi il brano è già concluso e buonanotte ai suonatori.
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25/06/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Damiano Pandolfini, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.