CARL STONE - Stolen Car

2020 (Unseen worlds)
electronic, glitch-pop, plunderphonics

A un anno esatto di distanza dall’ottimo “Himalaya”, il veterano della musica elettronica e maestro della plunderfonia Carl Stone torna a far parlare di sé con un altro disco di spessore, nato durante il periodo d’isolamento causato dall’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19. Le tracce approntate per “Stolen Car” si allontanano dalle fascinazioni world music che avevano caratterizzato sia il suddetto predecessore che il successivo e meno riuscito “Baroo”, per esplorare “il funzionamento interno della musica che ascoltiamo, usando tecniche di ingrandimento, dissezione, granulazione, anagrammizzazione e altre”. Un disegno che nasce dall’esigenza di “dirottare i valori superficiali della musica commerciale e riutilizzarli per offrire un significato nuovo e diverso, tramite ironia e sovversione”.

Quello di “Stolen Car” è un piatto sonoro ricco, non esente da qualche lungaggine, ma mai meno che affascinante. Dentro si trovano esperimenti di hip-orientaleggiante (“Pasjoli”), i flash e le schegge impazzite di “Hinatei” (che caracollano iperattive verso le sorgenti della valle dell’Indo), la fanfara esuberante di “Rinka” (con ottoni e coro sinfonico), l’elettrizzante uptempo di “Bojuk”, che trasforma “One Last Time” di Ariana Grande in una giostra impazzita e i profumi d’Irlanda della danza folk di “The Jugged Hare”, con sbuffi di flauto e voci femminili in stratificazione. La babelica “Huanchaco” disorienta, invece, per il suo inesausto tourbillon di frammenti sonori propulsi da un singhiozzante drum’n’bass. “Auburn” getta nella mischia loop vocali in acrobatico contorsionismo e “Au Jus” mastica pop dentro una stanza degli specchi.

”Ganci” e “Figli” (i due titoli sono un omaggio a una panineria palermitana in cui, qualche anno fa, Stone passò a ristorarsi dopo un concerto con il compositore e sassofonista Gianni Gebbia) utilizzano lo stesso sample, ma declinandolo attraverso due estetiche diverse: vaporwave, la prima; futurepop, la seconda.

C’è spazio anche per partiture più astratte (“Xiomara”) e, infine, per il carillon infinito di “Saaris”, che suggella l’ennesimo lavoro di un artista capace di coniugare intelligenza compositiva e godibilità d’ascolto.

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26/12/2020

This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Pasjoli
  2. 2. Huanchaco
  3. 3. Auburn
  4. 4. Au Jus
  5. 5. Hinatei
  6. 6. The Jugged Hare
  7. 7. Rinka
  8. 8. Bojuk
  9. 9. Ganci
  10. 10. Figli
  11. 11. Xiomara
  12. 12. Saaris

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