Non è facile innamorarsi delle stravaganze di Alex Neilson, musicista dai mille risvolti creativi, ex-batterista della meravigliosa creatura Trembling Bells, artefice dell’irriverente avant-folk a nome Lucky Luke, collaboratore di Bonnie Prince Billy, Shirley Collins, Josephine Foster e dei Current 93; inafferrabile nella sua continua destrutturazione sonora del folk e dei suoi derivati, nonché critico discontinuo per la rivista The Wire.
Senza il fardello delle ormai disciolte Campane tremanti, il musicista scozzese, sotto il nome di Alex Rex, dopo aver affrontato il dolore per la prematura morte del fratello nel precedente album “Otterburn”, volge lo sguardo al proprio io, estraendo dalle nebbie un disco ancor più doloroso e aspro.
Brutale, greve, funereo, ostico, Alex Rex sgretola gli ultimi residui della poetica Dylan-esque riversando sull’ascoltatore un carico emotivo immenso, uno ”Swordfishtrombones” dal cantato disarmonico e sgraziato che non lascia spazio alla commiserazione e all’adulazione.
Sono pochi gli artisti che possono permettersi un tal mix di disillusione, sofferenza e dolore: Rex affronta con malcelato disincanto la celebrazione della morte nella surreale preghiera folk-prog di “Funeral Music For Alex Rex”, ciò avviene dopo il grottesco mantra di “I Am Happy”, quasi a voler rimarcare l’istrionismo creativo di “Andromeda”.
Descritto dall’artista come il risultato di due anni di terapia, Tinder e palestra, l’album è un inquietante percorso a ostacoli, ma chi si è allenato con la genialità di Tom Waits e il tono plumbeo di Nick Cave non avrà difficoltà nel seguirne le strane liturgie sonore.
Il blues sghembo di “Oblivion”, l’amaro incipit alla Leonard Cohen di “Handful Of Hair” e il folk alla Dylan di “Cowards Song” sono le pagine più armoniche di un disco volutamente dissonante. Rex si crogiola nella confusione di tempi e suoni di “Rottweilers”, scava nelle profondità più dolorose nella straziante ballata alla Gun Club “Alibi Blues”, fino a graffiare l’udito con l’industrial rap di “I’m Not Hurting No More”.
“Andromeda” è un album ricco di eccessi e senza dubbio anche di difetti, ma c’è tanta poesia in questa liturgia del dolore che è difficile non restarne affascinati. Alex Rex chiede poi aiuto a Shirley Collins per il recitato iniziale di “Song Of Self Doubt”, cattura una melodia dai tratti immortali e la trafigge fino a farla sanguinare (“Haunted House”), per poi provare a lenire il dolore con l’ingannevole dolcezza di “Pass The Mask”.
Non cercate conforto o compassione: la musica dello scozzese è uno schiaffo sonoro all’arroganza e alla presunzione. Maneggiate con cura.
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19/06/2020
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.