“Habit” risale a un periodo in cui la Jordan aveva solo diciassette anni e si apprestava a diplomarsi. È pertanto un lavoro immerso nelle insicurezze di quell’età, tra continue domande esistenziali e sofferenze d’amore che paiono inestirpabili. Diciamo che se “Lush” è stata la consacrazione di una delle più promettenti voci dell’indie rock contemporaneo, nonché, a parer di chi scrive, uno dei dischi più belli del 2018, “Habit” è l’acerba istantanea che ha preceduto la fioritura. Racchiude una manciata di canzoni che annunciano le caratteristiche espressive della band – il malinconico trasporto chitarristico, la voce cantilenante, la mesta insofferenza delle liriche – senza però svilupparle appieno.
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08/07/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Tommaso Benelli, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.