Dietro la leggenda shoegaze degli Slowdive sembrano celarsi pulsioni espressive parecchio lontane dalla fragorosa e sognante corrente novantiana: da un lato abbiamo Neil Halstead, avvezzo a intimismi folk contemporanei, più imparentati col fingerpicking che col tradizionale cantautorato albionico; dall’altro il batterista Simon Scott, affascinato dalle dilatazioni melodiche dell’ambient music e dalle sue recenti confluenze nella sfera neoclassica.
Dopo varie incursioni con etichette tra cui Miasmah e 12k, Scott rientra nella produzione a marchio Touch, che tre anni fa ne incluse una registrazione live al Cafe Oto nella serie “Tone” (“Floodlines”, 2016). Il recente ingresso delle emergenti Bethan Kellough e Claire M Singer ha aperto ulteriormente la strada a una poetica come quella di “Soundings”, che come si evince sin dai primi istanti è “cucito” intorno a field recordings raccolti in giro per il mondo. È il diario in forma astratta di quattro anni in costante movimento, a motivo della fortunata reunion della band, e di fatto una collezione di quiete parentesi ritagliate in stanze d’albergo sparse tra i continenti.
Si direbbe il tentativo di ristabilire un contatto con la schietta tangibilità del reale, benché tale anelito vada di pari passo con rimaneggiamenti al synth modulare e con un’armonizzazione strumentale affidata agli archi di Charlie Campagna e Zachary Paul, le cui traiettorie ondeggiano attorno al bordone portante con la stessa imperturbabile cadenza.
A tratti dimessa e malinconica, in altri trasognata e confortante, la fusione tra elettronica e acustica di “Soundings” evoca le produzioni finali degli Stars Of The Lid e le estasi cameristiche del compianto Jóhann Jóhannsson, invitando la mente a un viaggio che, anche a motivo di passaggi decisamente bruschi, ha come condizione la nostra presenza mentale ed emotiva affinché non diventi un ennesimo sottofondo funzionale alla concentrazione su altre e più trascurabili faccende quotidiane.
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22/02/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.