I Modern Nature non hanno l’impellenza di esibire tecnicismi o ambizioni sibilline, tutto viene curato con una lentezza vellutata e sinuosa, le canzoni a volte si reggono su poche note che si riflettono come in una casa di specchi, il minimalismo diventa sontuoso, imponente, tra accordi di sax che graffiano le note fino a modificare una struttura che assomiglia a una versione folk-jazz dei Kraftwerk (“Footsteps”), o al contrario accarezza placide arie psych-folk in “Peradam”.
E’ una musica ricca di spazi apparentemente vuoti, quella del gruppo inglese, disturbata dal convulso stop and go di “Seance”, o dal ritmo robotico che tiene salda la rotta più simil-rock di “Nature”.
E’ evidente che la sequenza di “How To Live” è un percorso, un tragitto dal caos urbano alla pace della natura, ed è nel finale che infatti la band si converte ancor di più alla malinconica dolcezza del folk visionario di Nick Drake e Tim Buckley (“Oracle”, “Devotee”).
Non è rivoluzionaria, la musica dei Modern Nature, i ritmi mai possenti eppur vitali, le chitarre morbidamente psichedeliche e mai virtuose, i crepuscolari e struggenti inserti di violoncello, sax e synth non bramano rivoluzioni estetiche prominenti.
“How To Live” non fa altro che catturare quell’affascinante dicotomia che è stata alla base di “Spirit Of Eden” dei Talk Talk e del susseguente post-rock. La musica della band inglese è però diversa, insolitamente ricca di energia e ottimismo: una fuga dal caos cittadino, frutto di consapevolezza e non di forzature ideologiche. Ed è in questo senso di liberazione e trascendenza emotiva che affonda le radici l’intreccio intensamente spirituale di un album che, per qualità della scrittura e degli arrangiamenti, è destinato a lasciare il segno.
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04/10/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.