È sempre complesso uscire dalle trappole della consuetudine e della percezione, abbandonare gli stereotipi associati al genere, alla provenienza e all’estrazione musicale per rivelare gli aspetti più veri del proprio essere. Una volta che ciò avviene, la sensazione di libertà è tale che davvero tutto è possibile. Può dirlo forte Yerim Kim, meglio conosciuta col nome di battaglia Lim Kim, che a seguito di una carriera di discreto successo (come solista e nel duo Togeworl) nell’iridato universo del k-pop ha deciso di disertare le pressioni e le costrizioni dello showbiz coreano per riprendere possesso del proprio io e della propria personalità artistica, slegata da ogni forma di contingenza contrattuale.
Tre anni di maturazione e riposizionamento, ed ecco che giunge “Generasian”, Ep realizzato tramite crowdfunding che vede la sua autrice effettuare un’inversione a U rispetto alla sua passata offerta discografica, presentandosi con un assetto sonoro opportunamente sofisticato e una destrutturazione completa della sua immagine, molto meno conciliante rispetto al passato. Ed è un bene, poiché nei suoi ventun minuti il lavoro è un concentrato di idee e riflessioni (su se stessa, sul rapporto tra industria e femminilità, sulla percezione delle culture asiatiche nel mondo) da fare invidia ai più disparati musicisti concettuali degli ultimi anni.
In una conciliazione ideale tra i retaggi della tradizione coreana e le più recenti espressioni urban/elettroniche, Kim concentra il proprio sforzo nella creazione di un ibrido complesso, capace anche di sviate verso la melodia pop, che tenga conto di entrambi i poli creativi e li amalgami in un flusso ininterrotto. Il tutto, a vantaggio di un bagaglio concettuale e tematico significativo, sviluppato con una facilità che talvolta ha del sensazionale.
Con una struttura a sipario, che si apre e si chiude attraverso i due movimenti di “Minjokyo” (“etnico” in coreano), Kim palesa apertamente il tono sferzante, a suo modo di denuncia, che contraddistingue l’Ep, da un lato traendo forza dalla ricca tradizione musicale del suo paese (la lenta e solenne progressione, dall’evidente carico ritualista, di “Entrance”), dall’altro sovvertendone l’essenza, dissacrando in tal modo gli stereotipi associati ai musicisti e alle persone provenienti dall’Estremo Oriente. È un fil-rouge che anima tutto il lavoro, che si dirama attraverso ogni singola componente sonora ed espressiva, palesando a momenti la sua rabbia, altre volte una maggiore placidità di tratto.
“Yellow”, grinta hip-hop immersa in possenti staffilate post-club (quasi una sorta di trasposizione coreana dell’estetica coniata dalla Svbtext), è il veicolo attraverso cui Lim Kim rivendica con fierezza la sua identità e il suo status di artista indipendente, lontana dal mondo massificato dell’industria k-pop. “Mong”, d’altro canto, converte questa foga in un articolato disegno electro-ambient, con la voce a muoversi placida, fluttuante, tra giardini zen e lenti beat house, in un approccio intimo e atmosferico che rimanda ai Suiyoubi No Campanella della maturità. Se “Digital Khan” restituisce la convizione di una donna sicura, forte, che chiama a raccolta fratelli e sorelle per abbattere le dinamiche del potere (il flow, sopra le geometrie metalliche della base, non fa prigionieri), “Yo-Soul” disegna armonie folk in un curioso tangram alla Visible Cloaks, dipingendo una sensazione di armonia e potenza con la quale tutto sembra diventare possibile.
Finalmente in pieno controllo della sua carriera e dei suoi esiti, la musicista coreana lancia la sua personale sfida ai piani alti dell’entertainment coreano, mostrando classe da vendere e una chiarezza di intenti ammirabile. Riuscirà a ispirare anche altri sulla sua strada? Sarà tutto da vedere, quel che è certo è che questo è soltanto l’inizio. Now who’s the fucking queen?
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25/11/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Vassilios Karagiannis, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.