A mani in tasca, nel buio noir della notte, con i gatti che fuggono, con Miles che soffia e sale sull’ascensore che porta al patibolo. Te la godi l’atmosfera sinuosa, sensuale, la credi anche peccaminosa, il sorriso costruito in anni di specchi che fa capolino, ma è un attimo, perché poi tornano i dubbi, Lei ha deciso altrimenti, senza neanche considerati parte in causa, e aumenti il passo, e il ritmo si fa concitato e ti senti una vittima, offeso dagli eventi, dallo scorrere del tempo, dalle circostanze, da un’incomunicabilità che non hai deciso, che hai cercato di combattere, invano, ti voglio, non ti voglio, sì, no, forse, e cominci a urlare, fai i conti con la realtà e le bugie, con la mancanza.
Una recensione
Iggy che spiazza, il rocker che si ritrae dopo aver fatto assaporare il famigerato “frutto proibito” del rock, scritto in maniera appropriata, prodotto in formato deluxe, accattivante, galvanizzante, pop. Iggy che vira, ma non dovrebbe essere una sorpresa, l’ennesimo cambio di faccia di una maschera infinita, art fino al midollo. Ma è come se stavolta la storia fosse propensa verso un punto finale, non già un testamento, quanto un ripensamento in formato di riassunto. Non a caso “Free” ha una struttura ciclica, si apre quieto e si chiude mesto, ma nel frattempo passa in serie tutti o quasi i tragitti percorsi in 50 anni di carriera: dal tempo medio che cresce fino all’urlo disperato (“Love Missing”), dal decandentismo speziato (“Sonali”), all’aggressione quasi caricaturale, ricca di insulti indicibili (“Dirty Sanchez”), dalle discoteche vintage e ironicamente piacione (“James Bond”) alle psicosi post-punk (“Glow In The Dark”). Ma a prevalere alla fine è il suo baritono basso, al tempo stesso sicuro e disperato, rotondo e gratificante, anche in sottofondo, trionfante nell’ultima parte, raccontata come in una confessione-richiesta di perdono. Lo sostengono la tromba evocativa di Leron Thomas e la chitarra meditativa, ma anche rasoiante, di Noveller.
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19/09/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Davide Sechi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.