Svincolatasi dalle regole dello slowcore, Emily Cross affronta l’album della maturità e della consapevolezza con un bagaglio di esperienze dai contorni dolci-amari: il divorzio, la resa dei conti con l’alcolismo, una prospettiva artistica che l’ha spinta a cambiare tutti i componenti della band. Che il terzo disco sia intitolato semplicemente “Cross Record” è dunque una conseguenza naturale di quel processo di rigenerazione sonora che ha condotto la musicista texana ai confini della sublimazione sonora.
Registrato in Messico e completato in Texas, “Cross Record” è un album algido, fragile, crepuscolare, un insieme di emozioni compresse e alterate da liturgie post-rock e pulsazioni elettroniche dalle residue cadenze funk. Undici canzoni prive di fascino emotivo, undici file zippati in attesa che quella incosciente sinergia tra ascoltatore e artista ne estragga inquietudini e speranze.
Dream-pop?, forse, ma nelle trame minimalmente organiche dell’album è più facile incrociare sogni dimenticati e disillusi, un mondo di confessioni e desideri chiuso in un angolo remoto dell’inconscio, che a volte è meglio non disturbare.
Scivolano con toni spettrali, i quarantacinque minuti di “Cross Record”; come feti avvolti nel liquido amniotico, le undici tracce hanno bisogno di tempo per esprimere tutte se stesse e dunque strappare un sorriso, una lacrima. Pian piano vengono alla luce il romanticismo di “I Release You“, l’ingenuità quasi fantasy di “An Angel, A Dove”, o il disorientamento spirituale di “What Is Your Wish?”.
Parte dell’estetica più oscura e greve è comunque figlia del progetto condiviso con l’ex-marito Dan Duszynski e con Jonathan Meiburg dei Shearwater “Loma”, la cornice elettronica sempre più rarefatta e la voce ai limiti della caducità espressiva creano inedite sfumature eteree, i ronzii sono armonici, le pause e i silenzi non hanno spazio per creare inganni e seduzione. Bisogna attendere l’afrodisiaca e travolgente “PYSOL My Castle” per provare un minimo di trasporto ideologico, e per un attimo sembra quasi che Liz Fraser si aggiri dietro le quinte a supportare il canto di Emily Cross. Calma e conforto fanno di nuovo capolino negli echi spirituali di “Y/o Dragon“, lievemente turbati da una festa di ritmi sterili e tribali che frantumano il rigore estatico dell’album.
E’ profonda la connessione tra parole e canto in “Face Smashed, Drooling”: una sofferta confessione dei giorni dell’autodistruzione bramata sorseggiando alcol e dolore, prima di recuperare l’attuale sobrietà. Ed è infine palese la ritrovata pace e determinazione, espressa nella ciclicità di “Sing The Song” e nel delicato vigore di “I Am Painting”, due episodi surreali e luccicanti che alfine rendono comprensibile non solo le sfumature di grigio della splendida copertina, ma anche il disincanto emotivo di un disco enigmatico e affascinante come pochi.
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28/11/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.