Gruppo formato da ex-collaboratori di Jacco Gardner, gli Altin Gün sono autori di una stimolante e moderna fusione di etnica, rock e psichedelia: un mix che sulla carta rischiava di trasformarsi in un pasticcio e che, al contrario, ha smosso non poco il panorama musicale contemporaneo. La proposta della band ribalta la prospettiva creativa che dagli anni 70 ai 90 ha visto i musicisti turchi inseguire le suggestioni del rock occidentale: sono ora dei musicisti olandesi a volgere lo sguardo a tremila chilometri di distanza da Amsterdam.
Fu durante un tour in Turchia con Jacco Gardner che il bassista Jasper Verhulst, il chitarrista Ben Rider e il batterista Nick Mauskovic s’innamorarono della musica locale, particolarmente impressionati dalla vivace scena psichedelica (Erkin Koray, Barış Manço, Selda,…), reclutando in seguito due musicisti autoctoni via Facebook (Merve Dasdemir e Erdinç Ecevit).
Gran parte del repertorio del gruppo è basato su rielaborazioni di vecchie canzoni turche, e in particolare del rinomato e compianto Neşet Ertaş.
Riff psych-rock graffianti (la fuzz guitar in “Yolcu”) e tempi ritmici al limite del funky-disco (la ballabile “Vay Dünya” e la più gentile “Anlatmam Derdimi”) sono l’ossatura degli arrangiamenti di “Gece”. A far da sfondo sono melodie retrò che profumano di tradizione, senza avere però la pretesa di rappresentarla, quanto di estrapolarne l’intensa vitalità e spensieratezza.
Rispetto all’esordio, il gruppo intensifica le atmosfere psichedeliche e incrementa l’uso di synth e fuzz guitar, tra groove possenti in chiave rock (“Kolbastı”) e raffinate performance vocali (“Leyla”), concedendosi a romanticherie synth-funk-pop (“Şoför Bey”) che strizzano elegantemente l’occhio agli anni 80 (“Süpürgesi Yoncadan”).
L’affiatamento della band, frutto dell’intensa attività live, e le eccellenti prestazioni vocali sono le fondamenta del sound di “Gece”, qualità che incorniciano con eleganza due delle tracce migliori dell’album: il delizioso folk esotico di “Derdimi Dökersem” e il groove anni 70 di “Ervah-ı Ezelde”.
In un panorama affollato e complesso come quello attuale, le variabili stilistiche sono sempre più rare. Quello che spesso viene salutato come un evento innovativo non è altro che una percezione sensoriale, un intorbidamento della scala armonica e lirica che cela una dignitosa mediocrità.
Tuttavia è difficile negare che negli ultimi anni molti artisti abbiano varcato con successo il confine della prevedibilità, iniettando un briciolo di originalità in ambiti creativi familiari, ed è quello che gli olandesi Altin Gün stanno tentando di fare, con un brio e una personalità che meritano attenzione e rispetto.
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28/05/2019
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.