La preziosa vena creativa di Stephen Malkmus fortunatamente non accenna a prosciugarsi. A distanza di quattro anni dal buon “Wig Out At Jagbags” (Matador, 2014) il cantautore americano di casa a Portland torna insieme ai suoi Jicks per confezionare un album raffinato, ricco e godibilissimo. Malkmus fa parte di quel gruppo di proficui, longevi ed eclettici compositori proveniente dall’underground rock anni Ottanta/Novanta che ha definito lo sfaccettato macro-genere indie pop-rock, con Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh, Folk Implosion), Robert Pollard (Guided By Voices), Ira Kaplan (Yo La Tengo) e Isaac Brock (Modest Mouse), ma anche Ben Folds (Ben Folds Five) e Jason Spaceman (Spacemen 3, Spiritualized).
Prima di tutto “Sparkle Hard” raccoglie canzoni indie pop-rock perfettamente scritte e magistralmente arrangiate con echi di passato e presente: il fascino della psichedelia, l’amore per la melodia e lo stupore per l’inatteso scorrono in brani pressoché perfetti come “Solid Silk” – probabilmente il capolavoro del disco – in cui ritrovare la quintessenza dell’arte compositiva di Malkmus. Il suo inconfondibile stile di paroliere intride una melodia agrodolce cantata al passo di una ninna nanna, mentre tra una strofa e l’altra si apre il refrain strumentale arricchito dagli archi e dai synth in stile 70’s. “Scratched out a doggerel verse or two/ To set you back on your way, back to you/ In a minute/ Cynical pinnacles, we swung too high/ Flaccid as a wedding cake, but tight makes right/ With a kiss goodnight”.
Il disco ha un grande equilibrio, è coeso e compatto. La scaletta è varia e scorre in maniera fluida tra uno stile e altro, presentando brani più tenui e riflessivi (l’iniziale “Cast Off”), pezzi più dinamici e vitali (“Bike Lane” e “Shiggy”), o canzoni che riassumono singolarmente tutto quello che è stato scritto finora (“Kite”). Emerge il duetto tra Malkmus e Kim Gordon (Sonic Youth, Body/Head), non tanto per la ricercatezza del brano quanto per la sua (auto)ironia. Tributando gli stilemi dell’indie-folk americano, chiosano i due: “Marry on, children/ But be aware, the world doesn’t want you anymore/ I know you’d like to refute all I say/ I know you’d like to refute all I say/ I know you’d like to refute/ All that I have shared today”.
“Sparkle Hard” esprime un songwriting raffinato ed energico che rimanda a una sorta di composita genealogia musicale nota agli ascoltatori di Malkmus, senza sentire la necessità di fornire citazioni esplicite. Tra assonanze con Beatles, Beach Boys, Ramones e Nick Drake, il disco raccoglie anche tante influenze dal contemporaneo, a loro volta riflesse nella musica del cantautore e dei suoi storici Pavement, i quali hanno contributo sostanzialmente a coniare in musica le parole “lo-fi” e “indie”. Così “Future Suite” ricorda le Sleater Kinney di “The Hot Rock” (Kill Rock Stars, 1999) quanto “Difficulties/ Let Them Eat Vowes” richiama i Broken Social Scene, mentre “Middle America” potrebbe essere proprio un brano dei Pavement.
L’epifania che si prova nell’ascolto ricorda l’entusiasmo misto a quieta resa provato per “Fade” degli Yo La Tengo (Matador, 2013), mentre la dolcezza dei suoni e la cadenza lieve dei fraseggi degli strumenti a corda richiamano il disco solista di un veterano dell’indie-rock, lo splendido “Electric Cables” (Domino, 2012) di Gerard Love dei Teenage Fanclub col progetto Lightships. Tutto questo scorre, passa, si trasforma e si riavvolge. Si rincorrono i fraseggi, che inseguono gli archi poi sostituiti dalle chitarre elettriche, dalla cassa e dal rullante, in un ascolto in loop dove si potrebbe rimanere sospesi per ore. Vorremmo cantare tutti insieme ad alta voce e trovarci, appena chiusa la porta, sulla strada verso un concerto.
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09/07/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Maria Teresa Soldani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.