Harriette Pilbeam, in arte Hatchie, è una cantautrice australiana già bassista e voce dei Babaganouj e dei Go Violets, progetti indie-pop rimasti nell’underground che non sono durati più di qualche Ep e singolo. Ora si mette in proprio pubblicando l’esordio solista con “Sugar & Spice”, titolo che è tutto un programma sia per le atmosfere e il mood generale (dolci e sognanti) che per i testi (zuccherosi e vissuti).
L’iniziale “Sure” mette già in mostra il talento canoro di Hatchie con fraseggi ovattati che sfociano in un ritornello irresistibile. La parte strumentale è un delizioso connubio tra chitarra acustica (che ricalca “Kiss Me” dei Sixpence None the Richer) ed effettistica di tastiera, quasi lo-fi noise nel suo cercare di accompagnare la voce eterea tramite i riempimenti sonori. Effettivamente la prima influenza riscontrabile è quella dei Cocteau Twins, sia per la voce sognante che nel corso dell’Ep tende ogni tanto a ricordare Elizabeth Fraser, ma soprattutto per il lavoro chitarristico e la produzione che riportano alla mente i delay di Robin Guthrie. Hatchie però cerca di distanziarsene quanto basta, dando maggiore risalto al lato più pop, non solo a livello di voce ma nelle composizioni, sempre abbastanza lineari e semplificate (con chitarre jangle in bilico tra i già citati Sixpence e i Cranberries, supportate da sintetizzatori mai invadenti).
Si potrebbe criticare la forma-canzone abbastanza pedissequa, ma l’intento evidente di Hatchie è proprio di suonare esplicitamente in questo modo tanto semplice e mieloso.
“Sleep” insiste nel mettere in mostra i tratti distintivi della voce della cantante, legata alle sonorità eteree degli artisti dream-pop, ma arricchendola di giri di sintetizzatore e tonalità vocali vicine ai One Dove e ai Lush. La title track stempera ancora di più il lato etereo, concentrandosi ulteriormente su quello pop.
È invece in “Try” che l’influenza dei Cocteau Twins si fa più forte, con un lavoro di bassi molto ottantiano e un songwriting che sembra uscito proprio da uno dei classici della band britannica. Pregevole come citazionismo, ma la cantautrice necessita ancora di rifinire la propria personalità. Infine, “Bad Guy” è quasi un goth-rock à-la Cure, ma trasfigura il tutto con un’ugola duttile, capace di passare da episodi trascinanti a nenie sognanti.
Sostanzialmente Hatchie si inserisce nel calderone degli artisti che propongono un revival appassionato e sincero del dream-pop e dell’ethereal-wave, enfatizzando però il lato pop più che quello dream e abbinando il tutto a testi un po’ stereotipati. Il talento canoro c’è, quello melodico e radiofonico anche, il punto focale su cui l’australiana deve concentrarsi maggiormente è la personalità, che ancora non pare del tutto a fuoco. Ma trattandosi di un Ep, è un fatto perdonabile, in attesa di prossime prove più impegnative.
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04/08/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Alessandro Mattedi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.