Gli spiriti di Nick Drake, Nina Simone e Derek Bailey si sono impossessati di un timido songwriter canadese. Questo potremmo dire, in mancanza di paragoni realmente calzanti, della singolare poetica musicale di Eric Chenaux: da ben dodici anni, incredibile a dirsi, la benemerita Constellation ne accoglie la lenta e costante evoluzione espressiva, nel segno di una sperimentazione che tenta di sfuggire a tutti i costi dalla giusta intonazione, ma che ogni volta vi ricade mollemente come fosse un confortevole cuscino sul quale i sogni possono spiccare soltanto un volo breve e pigro.
Was it the wind that’s why it seemed a warmer night?
I love the waves holding me,
While the light, light alights love.
Slowly now, roll to me, my lion.
Simile a una cartolina esotica stilizzata, sospesa in un tempo assente, “Slowly Paradise” è un messaggio d’amore che galleggia vicino alla riva, circondato da copiose onde di wah e un pianoforte elettrico Wurlitzer (il fidato co-paroliere Ryan Driver) ancor più liquido e sfuggente. Le melodie di chitarra, sia acustica che amplificata, sono lasciate scivolare fuori fuoco in una cosciente ebbrezza, in balia di divagazioni libere ma controllate su un canovaccio “dimenticato a memoria” – di qui si può osare il paragone col pioniere free Bailey. Le imprevedibili progressioni di accordi rimandano in maniera inequivocabile a delicate atmosfere soft-jazz, e così pure l’occasionale effetto che trasforma il suono delle corde in un buzz pieno e squillante, simile a un trombone grottescamente spersonalizzato.
Come il cantato fragile e liricamente straniato del norvegese Stian Westerhus, il crooning androgino di Chenaux sembra esistere soltanto nel chiaro di luna che egli stesso immagina: un luogo dell’anima avvolto in un manto rassicurante e sonnolento, nel quale non c’è timore a porsi incessantemente gli interrogativi sull’autenticità della passione, talvolta vane e profonde al contempo (“How much time has to pass down the line?/ Summer is gone but what are we?”). Sono poemi in versi sciolti ma ridondanti e allitterativi, domande ripiegate su loro stesse e senza necessità di risposta, oppure frasi conchiuse e sibilline, oziosi enigmi destinati a rimanere tali.
I don’t know an abandoned road.
I don’t know what I apparently wrote
I don’t know what land we live in.
Where are we to not be wrong?
(“An Abandoned Rose”)
Chenaux è riuscito in tutta spontaneità a divenire autore sui generis, lavorando con perizia alla definizione di un unico suono/sentimento, per quanto sfumato e inafferrabile, che attraversa coerentemente le tracce di “Slowly Paradise”, un paesaggio onirico che non vi stancherete di ammirare a lungo.
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13/03/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.