Nato dall’incontro tra Luca Cavina (basso di Zeus e Calibro 35), Bruno Germano (chitarra e produttore di spicco al Vacuum Studio), Cristian Naldi (chitarra di Ronin e Fulkanelli) e Simone Cavina (batteria per Junkfood e Comaneci), Arto è un supergruppo che, appunto, ha di certo il merito di portare alla luce e far reagire la creme del rock italiano avanzato dell’ultimo lustro, testimoniandolo nel primo tentativo su lunga distanza, “Fantasma”.
I quattro tendono più di qualche volta a ripetersi, eppure percola qualcosa d’epico e intellettuale tra le fibre strumentali. Sia “Trauma”, forte d’una grande intro di arpeggi stridenti e un pinnacolo d’estasi raggiunto più per cieca inerzia che per passionalità di narrazione, che “A Ghost Limbo”, immersa in una quiete d’enigma e poi eruttante in tastiere marziali, fanno capo al blues irregolare e irrazionale degli Slint, aumentato d’idee atmosferiche da thriller, e soprattutto allungato in modo anomalo.
E’ proprio quest’approccio chirurgico e statico, che in mani meno sapienti porterebbe senz’altro alla noia, a salvare brani come “Mirror Box” dalla mediocrità logora del post-rock, in una curiosa forma d’eleganza. “Larva” è invece schizofrenia, tanto gotica e tendente al silenzio, persino catacombale, quanto poi ipercinetica, spavalda e nevrotica, e “Ship Of Theseus” porta senza remore in primo piano la sezione ritmica, bordate di basso e pestate di batteria, le chitarre ridotte ad accordini ectoplasmatici.
Preceduto dai nove minuti di “In limine” (2017), solo via YouTube, poi non acclusi all’album. Voluto e composto in pratica dal solo Luca Cavina, però sorreggendosi sulle trasparenti architetture di Germano. Né carne né pesce come velocità, mai davvero smorta o mai davvero sostenuta né scattante, più originale nella dinamica: non la solita solfa della progressione dal pianissimo al fortissimo e tutti contenti, piuttosto canovacci sì cervellotici ma non scarichi d’intonazioni tragiche e lacerazioni. I veri tocchi di classe vengono comunque a inizio e fine, “On Suicide”, l’epitaffio di Brecht/Eisler arrangiato alla maniera degli Art Bears con la voce di Jacopo “Iosonouncane” Incani, e una “AibohphobiA” (dieci minuti) che invece ricoglie gli ultimi sfilacci stregati degli altri brani per imbastirne un pezzo da camera fantasmagorico per soli tocchi e droni di chitarra e due archi (violino e cello, Dimitri Sillato e Giuseppe Franchellucci). Co-produzione tra Sangue Dischi, Offset Records, Dischi Bervisti, Fegato Dischi e Fucking Clinica.
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26/03/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.