Identificati solo tramite Giangi, Rocco e Mauri, milanesi, rispettivamente voce, basso e batteria, i tre si uniscono a nome Unoauno per registrare un debutto, “Cronache carsiche”, mezz’ora scarsa di personale revisionismo su Cccp e noise-rock, nonché loro commentario sulla crisi di nervi sociale. I tre sono abili a prendere, di queste sorgenti, tanto l’aspetto superficiale acchiappante che lo spirito originario, per reinterpretarlo qua e là con libertà anche discretamente ampia.
Se “Dei” e “Restare vivi” sono coinvolgenti ma formulaiche, “Aleppo” propende per una progressione marziale di frastuoni elettrici e cantilene inebetite (e un’appendice in una “parte 2”), e l’insieme ha qualcosa di rustico e spirituale (anche se non chiarissimo negli intenti stilistici). Numeri elettronici come “Carsica” adottano invece scatti che dal parlato monotono e scandito svariano ad aperture quasi gregoriane, e “Figlio” riesce a modellarsi in stilizzato pop sintetico, persino con spunti di rime freestyle. Poco canto e largo spazio a fremiti e scosse, persino un attimo di panico strumentale collettivo: con “Clausura” i tre chiudono l’operetta inventandosi una loro piccola “Paranoid Emilia”.
Più dotto che esistenziale, collettivo più che privato, c’è una nota di mitologia che innerva, nelle liriche, le intonazioni e il citazionismo. Disco di esterni, nel senso letterale e metaforico della parola. Lavoro minore di new wave italo-internazionale? Forse, però la sezione ritmica – instancabile in spumeggianti evoluzioni d’assoli e contrappunto – avrebbe fatto breccia tra fine 70 e inizio 80, quantomeno per il virtuosismo incendiario, la lucida cacofonia.
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27/01/2018
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.