È una figura artistica che ancora fatico a spiegarmi, e non appena il suo stile sembra assestarsi su un qualche canone – per quanto impervio – improvvisamente lo scenario si capovolge e la missione esplorativa riparte da zero. Questo è, in ogni sua incarnazione, il contributo di Toby Driver all’avanguardia rock: un corpus che, dal metal occulto di Kayo Dot e Maudlin of the Well al tenebroso solo debut, sembra avere per comun denominatore l’imbocco della strada meno facile, la scelta ardita, e non di rado l’occasione mancata.
Mentre la discutibile deviazione nella fantascienza retrò di “Coffins On Io” si è sedimentata nel più breve (ma ugualmente enigmatico) “Plastic House On Base Of Sky“, l’infaticabile compositore si è ritagliato un altro spazio a nome proprio, lavorando a una veste stilistica piuttosto inedita per lui. Con la dovuta cautela potremmo definire “Madonnawhore” (sic) come il libro di ballate di un outsider ripiegato sulla propria eccentrica visione del mondo, un filtro che tinteggia la realtà e il mito dello stesso tetro colore.
Il ritorno di fiamma per l’universo Lynchian sembra aver fatto breccia anche in questi lidi, dove pure esistevano già forti contrasti di registro (su tutti, forse, il monumentale teatro grottesco di “Hubardo”, quest’anno pubblicato per la prima volta su doppio cd e triplo Lp), ma qui le cadenze del dark-jazz di Badalamenti predominano decisamente su una forma-canzone mai così lineare.
Messe da parte le asperità elettriche e le garbate dissonanze degli ensemble da camera, ciò che rimane è uno scheletro slowcore che fa risaltare il lato più introspettivo di Driver, sempre in prima fila con chitarra e voce – un timbro simile al più crepuscolare Brian Eno – benché facciano parte del quadro anche alcuni membri dei Kayo Dot (Keith Abrams alle percussioni, mentre Daniel Means e Ron Varod compaiono solo nella lunga e monocorde “Craven’s Dawn”). All’avanzamento gravoso delle tracce concorre un denso strato di riverbero nel quale tutti gli strumenti si ritrovano immersi, e che accentua l’effetto di sospensione onirica dell’intero album.
Già a un primo contatto con questa visione terrena “alterata” sarà molto più facile riconoscere le linee di continuità coi progetti passati rispetto alle divergenze: certo è che l’adozione di un songwriting dalle strutture regolari (e una copertina interamente occupata dal volto efebico di Toby) non ha affatto intaccato la profonda fascinazione per atmosfere e ambientazioni esoteriche, popolate da figure femminili sfuggenti (“The Scarlet Whore”) e fantasmi storici del conflitto tra potere temporale e secolare (“Avignon”).
Di norma, quando si tratta di Driver, suggerire il riascolto è una specifica abbastanza superflua in virtù della non facile decrittazione delle sue misteriose narrazioni sonore. Nonostante la forma decisamente più agibile, percorrere più volte i sentieri di “Madonnawhore” potrebbe essere utile, paradossalmente, a entrare in confidenza con il lato più fragile della sua poetica. Specie se, come è lecito immaginare, si trattasse di un’occasione isolata.
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02/05/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.