LOVE THEME - Love Theme

2017 (Alter)
avant-rock

Trio virtuale di musicisti mai incontratisi dal vivo in formazione a dir poco atipica, due sax, un synth, tutti e tre alle percussioni, Love Theme assembla e confeziona a distanza un primo frutto della collaborazione, “Love Theme”. Difficile se non quasi impossibile definirne compiutamente la proposta, più agevole enunciarla in negativo, dire che cosa l’album non è: non è soundscape, non musica drone, non è (propriamente) elettronica, non è di certo post-rock o progressive rock, anche se di tutti prende quel pochino per aggiustare la mira e non diventare avanguardia fine a se stessa. Verrebbe in mente un Jon Hassell per la nuova alienazione post-industriale, o dei Faust e Residents regrediti a musicisti ancor meno musicisti.

“Desert Exile”, nove minuti, è un fraseggio che incrocia Maghreb e polifonia, con un drone d’elettronica distorta che fa il “basso continuo” del caso. Ma più che i suoi ingredienti, a contare è l’abbruttente, catastrofica mestizia in cui precipita e scompare l’armonia, in cui si spappola ogni nozione di ritmo. Così per la piccola appendice “ferroviaria” di “Late Crossing”. La suite in tre parti “Docklands/Yaumatei/Plum Garden” attacca con un vortice di fuoco e vento evocato da colpi tribali, sparisce fin quasi a morire, e indi s’innalza, si accumula, si disperde. Nella seconda sezione compare infine il ritmo, spavaldamente puerile: in men che non si dica diventa una festa Lol Coxhill d’improvvisazione collettiva. Un gioiello è la conclusione, una danza rituale sottilmente ribattuta.

I sedici minuti di “All Sky, Love’s End” sono la nuova frontiera di musica irreale, impossibile. A parte i minacciosi droni a rasoio o a rombo d’aereo, a diramarsi è una fluttuazione di germi sonori senza scopo, senza senso, senza vita. Dopo svariati minuti irrompe, sgraziato e gratuito, un ritmo pseudo-ballabile (per zombie), che martella forsennatamente sulla totale assenza di musica, sorta di jam free-jazz suonata al minimo assoluto della voglia, minuto dopo minuto trasformata in un elettroshock cosmico dai risvolti quasi tragicomici, fino a una lunga coda di echi e fantasmi.

Realizzato tra Montreal, Londra, Los Angeles e Taipei, ma il suo cupo cosmopolitismo non è di questo mondo. Catatonia e tormento, alto canto muto, tragicità ineluttabile, sfumano non solo i suoni, non solo i generi, ma anche le tecniche: disco poverissimo di mezzi, ma non di idee e di stile. Semplificando, o facendo un complimento, la si può definire “psichedelia mortifera”. È dunque, a suo modo, una sonata post-tutto – fin troppo compatta e cieca – che stride ancor di più se rapportata col nome del progetto e il titolo del disco, d’una anti-vivacità caduca. Ma l’atmosfera non è così incoerente. Dice la verità sull’amore: fa rima con morte. Trampolino di lancio, più che per Alex Zhang Hungtai, già noto per aver militato nei defunti Dirty Beaches, per Austin Milne, il capo arrangiatore, e Simon Frank.

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11/09/2017

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Desert Exile
  2. 2. Late Crossing
  3. 3. Docklands/Yaumatei/Plum Garden
  4. 4. She's Here
  5. 5. All Sky, Love's End

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