Concepito, almeno nelle intenzioni, come una suite o un componimento senza soluzione di continuità, il terzo “Demonstration Disc” di Jason Grier spiega buona parte della sua esistenza anche solo nel titolo: una dimostrazione, una sound library di materiali eterogenei raccolti qui e là che ha peraltro una spiccata natura open source.
In realtà Grier tiene fede all’assunto solo fino alla quarta parte della presunta suite. Dalla prima, un vocalismo glaciale e monastico che cerca di reagire con un caos acid-rock non così affascinante, si passa alla seconda, un field recording di fuochi d’artificio, che poi la terza imita a suon di archi, voci, rullanti ed elettronica, intervallato con un jazz etnico d’ascendenza Don Cherry, e la quarta riverbera utilizzando brandelli campionati di un pezzo r’n’b, riflessi e rifratti come in una camera degli specchi.
Quindi, esaurite le idee o le ipotesi di sviluppo, Grier si affida ai maestri. La quinta tributa Pierre Henry (musique concrete di parlato e porta che cigola, tutto poi sempre moltiplicato nei riverberi), la sesta si affida alle tecniche di Cage al pianoforte, dal piano preparato all’inside piano (che crea un soundscape mostruoso e pulsante), la settima cerca di riprendere certuni esperimenti di Alvin Lucier ma rimane senza faccia, mentre l’ottava impiega le percussioni di Xenakis per rendere un’atmosfera spettrale e ridondante. La pièce in teoria più ambiziosa, “9”, è poi una monotona ruminazione minimalista senza direzione.
Seguito del primo “Clouds” (2013), che lo proponeva verace soulman tecnologico, e del suo acuto artistico o del suo equilibrio più riuscito, “Unbekannte” (2014), tra canzone free-form e scultura di suono, completa la transizione da cantautore ad avanguardista. Grier la cerca così cocciutamente, a suon di macchinari, effetti timbrici, sofisticazioni colte (un solo ospite davvero influente, la solita Julia Holter, tra gli altri: Corey Fogel, Annelyse Gelman, Danny Meyer) e supponenze di linguaggio, da non curarsi di una spia rossa lampeggiante, una delle più perniciose, la mancanza di cuore. Quasi quattro anni di lavorazione, evidentemente senza il giusto trasporto e con troppa pienezza. A sparare alto comunque qualcosa si ottiene: diversi momenti di qualità. Copertina: “Abstract Painting” (2017), Gerhard Richter.
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31/10/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.