C’è tutto l’immaginario post-velvet-like di una musica falsamente domata, in realtà claustrofobica e sottilmente insidiosa, in questo esordio della polistrumentista newyorkese Meg Duffy. Registrato insieme alla band di Kevin Morby, “Wildly Idle” replica, comprimendo e offuscando gli strumenti, un’ossessiva riproduzione di una cameretta immaginaria, una sorta di confino dell’inconscio, tanto infantile quanto inquietante.
Una sorta di St. Vincent dei primi tempi in camicia di forza fa capolino, così, nello strascicarsi narcolettico di “Actress”, in cui gli strumenti sembrano sgretolarsi insieme alla sanità dell’autrice; anche sulla strada della guarigione, risultano non sequitur e silenzi stranianti, come nella ballata soft-folk-rock di “Bad Boy”.
Sta soprattutto nel fascino artistico, più che nella forza delle sue canzoni (da notare forse solo i Timber Timbre di “In Between”, se non la posa da musa catatonica di “Demand It”), il valore di “Wildly Idle”, uscita decisamente di nicchia, o di “catalogo”, dal punto di vista della Woodsist.
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05/03/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.