Anticipato dall’Ep “No Worry No Mind”, ecco servito l’esordio dei B Boys, trio di Brooklyn che intende partecipare alle operazioni di sdoganamento nel nuovo millennio dei suoni di matrice hardcore punk, unendo alla tradizione tardo seventies l’attualità delle argomentazioni, fatte di rabbia, attacchi d’ansia e frustrazioni assortite.
Niente di nuovo sotto il sole, fondendo nel bel mezzo degli anni 10 in maniera naturale passato (Clash) e presente (Parquet Courts, concittadini con i quali sono stati di recente in tour, e i risultati si scorgono vividi in tracce quali “Energy” e “B Boys Anthem”), come se Madame Thatcher e Donald Trump fossero figli della stessa epoca.
Ritmi urbani, nervosi, vibranti, innescati rispolverando l’immaginario post-punk di storiche band composte da musicisti/studenti d’arte: non è un caso che il nome dell’album richiami una celebre corrente artistica e la copertina omaggi “154”, dalla irrinunciabile tripletta d’esordio dei Wire. Fra le influenze più forti, i B Boys stessi citano i Clash – per via del modo di intendere il punk in maniera orecchiabile, riesumati senza timori nell’accoppiata “Discipline”/“Psycho” – parallelamente a gran parte delle migliori band hardcore della scena di Washington D.C., quali Minor Threat e Fugazi.
Il tutto distillato in stilettate di groove ed energia che non di rado durano lo spazio di un minuto o poco più, a conferma dei significativi sintomi di vitalità del sottobosco di riferimento, già espressi in maniera compiuta nelle ultime settimane da Idles e Protomartyr, nei nuovi manifesti post-hardcore dei nostri tempi.
Fra wave (“I”), piacevoli dissonanze (“1 2 Reminder”), momenti più scuri (“Fade”) e brevi jam strumentali (“Distance” “Time”), “Dada” segna il rilevante debutto di una di quelle formazioni che stanno contribuendo a mantenere alti il valore e i contenuti di certo rock “altro”, retromane, certo, ma al contempo capace di adeguarsi ai tempi che cambiano.
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17/11/2017
This article is an English translation of the original Italian text by Claudio Lancia, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.