Sempre attento nel mantenere il difficile equilibrio tra elettronica e strumentazione acustica, Bolton, col nuovo “February Dawn”, approfondisce ed esalta ancor di più le potenzialità dell’unione tra le due strumentazioni, usandole stavolta in un contesto freddo e invernale.
L’alba di febbraio è quindi la descrizione di un paesaggio gelido e inospitale, dipinto con sottofondi e riverberi, droni, morbidi ricami di chitarra acustica, rintocchi di basso elettrico e registrazioni ambientali. Se l’accostamento col duo norvegese Pjusk appare abbastanza evidente, non si può non segnalare quanto Bolton riesca sempre – tramite complesse tessiture acustiche – a mantenere una sua rigorosa personalità.
Nei suoi momenti più evocativi, Bolton compie l’impresa di coniugare i paesaggi più cupi dei brani acustici dei Labradford – come ad esempio l’inquieta “Weatherboard” – con l’elettronica contemporanea; “Bleaching Ground” e “Coastal Glow” sono abbastanza esemplificativi di questa unione. L’aspetto più romantico si ritrova in quei brani dove riverberi e droni persistenti danno una consistenza fragile e granulosa (“Dead Branches” e “Dot To Dot”), mentre inquietudini elettroniche dominano nell’episodio più autenticamente ambient-drone di “Blue Field Balcony”.
Vie di mezzo tra la fragilità e la durezza si ritrovano nell’onirico splendore della title track, che mette in unico calderone Rafael Anton Irisarri, Pjusk, il post-rock elettronico dei Labradford e dei Seefeel. Di fronte a tanta cupa grandezza il morbido finale di “Honeywood” appare come una sorta di riconciliazione. L’alba di febbraio non è poi tanto gelida.
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06/02/2016
This article is an English translation of the original Italian text by Valerio D'Onofrio, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.