La Barsuk ha decisamente fatto di tutto per presentare il ritorno di Laura Gibson come l’album della rinascita, della consacrazione – inevitabile dopo il fuoco che ha raso al suolo l’edificio in cui abitava, appunto, Laura, insieme a tutto il suo materiale, nella sua nuova casa di New York.
E in un certo senso si avverte che un grande peso, proveniente dall’esistenza di Laura come artista e musicista, grava su questo “Empire Builder”, forse il suo disco più ambizioso e focalizzato, dopo gli inizi da cantautrice tutto sommato “normale” nel panorama folk contemporaneo (al netto della qualità).
Il secco arrangiamento percussivo di “The Cause” suona così quasi come una rivendicazione di personalità artistica, sembra quasi la nuova hit di Adele, come spirito e resa – e anche il ritornello, però, sembra un po’ appiattirsi sul refrain un po’ facile. Il singolo e title track ricorda un po’ la Laura Marling degli esordi, con gli stessi cliché di fragilità e forza, maggiore e minore – forse un brano un po’ acerbo per essere il cardine di un “disco della maturità”.
Tutto il disco, comunque, conferma l’ispirazione un po’ troppo “normale” della Gibson, come la nenia “Louis”, un giro e una linea vocale già sentiti troppe volte. Oppure il sad-folk minimalista di “Five-Thirty”, che riprende idee di arrangiamento anche queste vecchiotte e riproposte senza originalità e senza una scrittura che spicchi.
On the whole, there's a strong display of craftsmanship (the evocative, airy folk of "The Search For Dark Lake"), paired with ambitious, even bold arrangements (the drive of "Not Harmless"), but not with substantial songwriting. A record that may stand as a solid confirmation, but not as an evolution in Gibson's inspiration.
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07/04/2016
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.