Spariti nel nulla per sei anni buoni, tanto è trascorso da quel discreto “Latin” (2010), i canadesi Holy Fuck si ripresentano al mondo con “Congrats” a guerra finita, cioè a scena alt-dance ormai tramontata, ricalibrata per le generazioni a venire.
Sparito o quantomeno attutito il battito motorik (quando tentano di recuperarlo ne esce un’inetta lounge-ballad come “Shivering”), rimane così una più professionale spinta disco-dance. È espressa soprattutto con un gioiellino, il pulsante, insistito, sincopato, orientaleggiante rave-up di “Chimes Broken”, con una vibrazione elettronica sottopelle, a tratti un remix della “Inertia Creeps” dei Massive Attack per dancefloor tossici.
I suoi seguiti, la formula-nenia dagli artificiali scenari di “Tom Tom”, lo schizofrenico strumentale soul di “House Of Glass”, con refrain brutale di tonfi hardcore-techno, e la mitraglia Moroder-iana di “Crapture” (un po’ troppo furia cieca), non sono altrettanto avventurosi ma comunque risplendono rispetto ai riempitivi (“Xed Eyes”, routine punk-funk, “Neon Dad”, il numero pop ecc).
Sono in quattro, Brian Borcherdt, Graham Walsh, Matt McQuald e Matt Schulz (medesima line-up del predecessore), e ci sono voluti due anni, ma a contare realmente è uno strumento solo, uno studio di registrazione sputasuoni usato in sovraccarico e con scriteriata ingordigia. Anche per questo la seconda metà sfalda il già poco: bastava un brano (“Chimes Broken”) e qualche lato B.
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21/07/2016
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.