Perso il portentoso batterista Jacopo Battaglia, ora prestato a Bloody Beetroots e al supergruppo Mooro, con cui il sax di Luca Mai e il basso di Massimo Pupillo avevano ancora scolpito le granitiche fantasie ritmiche di “Carboniferous” (2009), canto del cigno della formazione originale, la mitica sigla Zu del jazzcore capitolino e italiano riprende il cammino. Digeriti anche gli ultimi progetti paralleli (Mombu per Mai, Hairybones per Pupillo), la scelta dei due ricade sul batterista power-grind Gabe Serbian di Locust e Retox.
La prima prova con questa line-up, l’Ep “Goodnight Civilization” (2014), nella title track riduce ancor di più il free-jazz dei loro primordi e diventa maniera, puntando tutto sui cambi di tempo metal e persino introducendo piccoli motivi riconoscibili. Segue un album in collaborazione con Eugene Robinson degli Oxbow, “The Left-Hand Path” (2014).
Il primo vero disco lungo, “Cortar Todo”, importa così elettronica e campionamenti. Infatti, grazie a qualche magia di post-produzione, in “The Unseen War” – oltre all’usuale metal bombastico e alle scariche grind tipiche del nuovo batterista – si ode l’unico momento di selvatico e mistico free-jazz dell’opera, reminiscente di certi primi Aktuala.
Anche il brano che dà il titolo all’album sfrutta l’elettronica: i tre imitano una macchina industriale che gira al minimo e ha causalmente emissioni violente (più pasticciata è invece “No Pasa Nada”). La vera novità è però il lavoro sulla soundscape, da un bozzetto minimalista come “Conflict Acceleration”, a un crescendo dronante di vibrazioni malefiche, guidato da poche note di basso, come “A Sky Burial”, a un duetto tra cacofonie casuali raggrumanti e canto folk, “Pantakrator”, a un’ancor più subliminale “Serpens Cauda”, un adagio di tastiere fluttuanti e vocali tagliuzzate.
Il problema di questi brani, dai più innovativi ai tappabuchi, è la quasi cronica difficoltà a giungere a una conclusione che giustifichi cotanta tensione. Un ritrovato interplay sempre compatto, anche troppo, ma più che mai determinante, se non cruciale, suona l’apporto degli ospiti: Lorenzo Stecconi e Stefano Pilia alla chitarra, Joey Karam – portato con sé dai Locust da Serbian – all’elettronica, la voce finale dello sciamano peruviano Gilberto Mauha Ochavano. Senza, rimane solo un competente mini-doom-jazz.
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04/04/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.