Le tinte dark-folk del grande libro noir di Steve Von Till giungono al capitolo numero quattro: il leader dei Neurosis, attivo anche con il cult project Harvestman, rinnova le brumosità che contraddistinguono la propria musica con sette nuove tracce intensissime e personali.
“A Life Unto Itself” ci torna a far immergere nelle atmosfere minimali del cantautore, dove l’ambientazione è spesso affidata a qualche accordo di chitarra, alla sua voce profonda, a semplici e ripetitivi ricorsi al piano, e a pochissimo altro.
Tutto è buio e dolente, i fantasmi che popolano gli incubi (“Chasing Ghosts”) di Von Till sono perfettamente schierati, la speranza di redenzione è soltanto una chimera lontanissima.
Le costruzioni sono architettate per posizionarsi ad anni luce di distanza dal post-metal della band-madre, anche se rispetto alle prime uscite soliste, qui il discorso si fa un tantino meno rarefatto.
Sin dalle prime note di “In Your Wings” chitarre acustiche e slide disegnano i landscape di riferimento, sui quali la voce baritonale di Von Till si adagia sicura, a metà strada fra Lanegan e Waits.
L’evocativa “A Language Of Blood” è un pregevole esempio di psichedelia folk, spesso ricorrente fra questi solchi, mentre il gioco delle ripetizioni trova il proprio apice nelle ossessioni di “Night Of The Moon”.
I brani, tutti alquanto strutturati (tre superano i sette minuti, nessuno scende sotto i cinque), lasciano spazio a digressioni strumentali, squarciati ora dai synth, ora da tenui orchestrazioni, con i ritornelli che entrano dritti sottopelle, senza mai voler essere consolatori.
“A Life Unto Itself” è un disco intriso di maledettismo, perfetto per assestare in maniera definitiva la figura di Von Till fra i songwriter di riferimento dei nostri giorni, tanto quanto un John Grant o un Mark Kozelek.
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27/06/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Claudio Lancia, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.