Una caviglia slogata. Una foto semi-casuale e ostentatamente inestetica di una ragazza, contro un fondo anonimo, e con un mezzo sorriso che confessa i suoi diciannove anni. Così si presenta Julien Baker, nome rampante, una specie di risposta americana all’ondata delle Daughter e delle Soak (questa la prima impressione data dal singolo “Something”, per dire).
Julien Baker, oltre alla giovane età, ha tutto per colpire il pubblico attuale: appunto questa ostentata scarnificazione sonora, che dovrebbe esprimere concretamente i giovani dolori esistenziali, o le prime pene d’amore della cantautrice losangelina. Nel contempo, una altrettanto ostentata enfasi sulle interpretazioni, sulla teenage angst di facciata di frasi come “Spilling my gut/ Sweat on a microphone breaking my voice”.
I Novanta tornano, così, ruggenti nelle risuonanti strimpellate metalliche di “Rejoice”, a cui si accompagna il riottoso, inquieto monologo di Julien. Allo stesso tempo, non si può definire “Sprained Ankle” come il prodotto acerbo e non filtrato di una giovanissima, come dimostrano la progressione alla Chantal Acda di “Brittle Boned”, servita e confezionata a puntino per accompagnare il mesto lamento della Baker, o il tono imbronciato dell’emo-writing di “Everybody Does”.
Spunta anche un pianoforte, nel finale – segno inequivocabile che stiamo arrivando all’apice emotivo del disco, per di più alla fine parte anche il campionamento di una voce fuori campo (…) – per certificare il passaggio di un’arte che si può definire, nel migliore dei casi, generazionale, perché intercetta con greve ostinazione ma non senza furbizia i tormenti di un’adolescenza, ma nel suo aspetto deteriore.
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10/11/2015
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.