SECRET CITIES - Walk Me Home

2014 (Western vinyl)
indie-pop, psychedelia

Comunicazioni tramite e-mail, piattaforma Bandcamp e tape-recording: questi erano fino ad ora i metodi di elaborazione sonora per i Secret Cities, trio pop-surf dalle leggere atmosfere psichedeliche, incline a ripercorrere anche la tradizione di Burt Bacharach e Dusty Springfield.

“Walk Me Home” è il primo progetto realizzato insieme in uno studio di registrazione, Alexander Abnos, Charley Gokey e Marie Parker abbandonano in parte il lo-fi da cult band nella speranza di incrociare i fan di Arcade Fire e Shins.

Tra influenze dichiarate (Roy Orbison, Dr. John, Doris Troy, Brian Wilson) e altre palesi (Randy Newman, il già citato Burt Bacharach e Phil Spector) il trio dei Secret Cities archivia un altro accurato album di pop agrodolce, con arrangiamenti costruiti intorno alle progressioni armoniche del piano, suoni di farfisa e voci filtrate alla maniera di Thom Yorke, nonché melodie semplici e altresì arcane.

Questo è l’album più vario ed elaborato della band: canzoni briose e solari come “Playing With Fire” e “Bad Trip” unite a ballate sognanti e soavi come “Walk Me Home” e “The Rooftops” (quest’ultima non sfigurerebbe nel repertorio dei Magnetic Fields) riconfermano la loro abilità di artigiani pop, ma si fa strada anche un desueto incrocio di folk, psichedelia e progressive in brani come ”The Cellar” e “Thumbs”, che mettono in mostra i primi segni di disorientamento stilistico, evocando Curved Air e Renaissance.

Il tono meno naif e più artefatto sembra purtroppo imprigionare l’ispirazione di “Walk Me Home”: non c’è nulla di disdicevole o banale nelle tredici brevi tracce dell’album, manca piuttosto quella coesione che renda magico l’insieme. Nel mettere a fuoco tutte le loro passioni, i Secret Cities diventano citazionisti e mancano il bersaglio. Non si comprende perché il gruppo voglia imitare la grandeur degli Arcade Fire: giocando maldestramente con elementi più nobili, li mescolano con Beatles (“Purgatory (Foolish Hearts”) e Radiohead (la noiosa “It’s Always Winter”) abbandonando negli episodi strumentali quelle fascinose citazioni di Morricone (“Interlude 1”) e Beach Boys (“Interlude 2”) che li avevano resi amabili in “Pink Graffiti”.

Sia ben chiaro che ogni brano ha il suo fascino: il tono circense di “Paradise” e la psichedelia da cartolina di “It’s Always Summer” sono piacevoli, ma il gruppo sembra aver preso più confidenza con lo studio di registrazione, abbandonando quella magica e sana follia che fa seguito all’azzardo.

“Walk Me Home” è il loro esame di maturità, ma il voto finale non è quello che il loro percorso artistico faceva presagire. L’imprevedibilità è quasi scomparsa e le regole dell’indie-rock alternative hanno normalizzato le loro stravaganti architetture pop, aprendo forse le porte a un pubblico più vasto ma meno esigente.

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10/07/2014

This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Purgatory (Foolish Hearts)
  2. 2. Bad Trip
  3. 3. Paradise
  4. 4. The Rooftop
  5. 5. Interlude 1
  6. 6. Thumbs
  7. 7. Playing With Fire
  8. 8. Walk Me Home
  9. 9. The Cellar
  10. 10. Interlude 2
  11. 11. It's Always Summer
  12. 12. It's Always Winter
  13. 13. Sun Enclosure

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