Se al vinile è stata demandata la funzione di supporto per audiofili, con tutto quello che ne consegue (ristampe di lusso, caccia al pezzo raro con prezzi in salita vertiginosa etc.), la cassetta deve giocoforza svolgere un ruolo diverso. Supporto dalla fedeltà mai troppo alta, aveva il ruolo di surrogato economico al cd e prima ancora al vinile; da qualche tempo è rinata come prodotto di nicchia, prestandosi molto bene alla pubblicazione di lavori di generi “sperimentali”, cui il fruscio del nastro non può che conferire fascino, con packaging e artwork di qualità, realizzati da micro-etichette dedite a un lavoro che non è esagerato definire “artigianale”.
Tra questi artigiani vi è sicuramente la Yerevan Tapes, label gestita da Andrea della Avant! Records e dalla compagna Silvia; come il nome (rubato alla capitale dell’Armenia) lascia intendere, la fascinazione per l’esotico è tra le caratteristiche principali del catalogo Yerevan; basti pensare a lavori come the debut mediorientaleggiante di Gianni Giublena Rosacroce, del 2011 (da cui nacque successivamente il progetto “La Piramide Di Sangue” o “Mondo Music” degli occulto-psichedelico-tribali Cannibal Movie (2012, stampato anche su vinile).
Un duo decisamente misterioso, pochissime le informazioni in rete, la più certa delle quali è la loro estrema prolificità: solo nel 2014 (e siamo ad aprile) hanno pubblicato tre lavori per altrettante etichette (tra cui la Field Hymns di Portland, altra fabbrica di gioielli su nastro, che varrebbero l’acquisto anche solo per le splendide copertine).
Fin dall’iniziale “Tetlin”, balza subito all’orecchio l’assalto a base di synth distorti e ritmi tribali, con le vocals che vengono rimpiazzate da campionamenti, dialoghi, dalla natura più disparata. Una synth-wave dai connotati fortemente oscuri, sperimentale e ambientale, ma al tempo stesso non del tutto aliena alla forma-canzone, un equilibrio che rende veramente intrigante “Millerite Masai”.
L’attenzione al ritmo è costante, sia quando i beat si affacciano prepotenti, delineando i contorni di una industrial-dance (“Elwha”, “Ranchita”), sia nei passaggi più incidentali, ai confini della soundtrack (“Chickahominy”, “Hollow Empire”, “Native Village”) o ancora nella ripetitiva meccanicità, quasi un synth-pop deviato, di un brano come “Pilot Lost”.
Con “Island Breath” i nostri inoculano i loro suoni dentro una trance sperimentale, ma le loro manipolazioni soniche sono in grado di sviluppare anche ruvidi tappeti ambient-noise (“Manzanita Diegueno”) per poi tornare alla wave sintetica e tribale di “Unga” e “Trading Post”, i due brani che chiudono “Millerite Masai”.
Add OndaRock to your favorite sources on Google Discover. Don't miss our reviews, milestones and latest news straight in your feed.
23/04/2014
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Pagani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.