Un promettente Ep di cinque canzoni e una rivisitazione di “Last Christmas” degli Wham! erano i biglietti da visita con cui i We, The Modern Age! nei mesi scorsi avevano fatto capolino nel panorama indipendente italiano. Nel frattempo la formazione varesina entrava nel roster della conterranea Ghost Records, ed è sotto l’egida di quest’ultima che vede la luce “Mirrors”: la prima, attesa prova sulla lunga distanza.
Il full-length ospita dieci “specchi” che riflettono l’anima della band lombarda, la quale d’altro canto non nasconde il proprio amore tanto per il rock americano (il nome stesso è ispirato a una vecchia hit degli Strokes, ed è a Julian Casablancas che di sovente rimanda il cantato) quanto – soprattutto – per il migliore britpop d’annata, rielaborando i modelli di riferimento con la giusta dose di personalità, talento e freschezza: “Mirrors” è un disco derivativo, d’accordo, ma i We, The Modern Age! dimostrano di saperci fare, confezionando una serie di canzoni capaci di bilanciare ruvidezza e orecchiabilità.
Il songwriting è all’altezza, la sezione ritmica spinge che è un piacere, la voce di Davide Leto Barone all’occorrenza sa essere sporca, e al resto ci pensano un’innata predisposizione per la melodia e il contagioso entusiasmo di quattro musicisti poco più che ventenni. “PLS” e “Standing On The Shore Of Nowhere”, a metà strada tra Oasis e Doves, sono canzoni di alto livello e dal potenziale appeal radiofonico.
Notevoli anche il pop-rock albionico di “Door Selection” e la psichedelia a passo marziale di “Gotta Love You More”: quest’ultima, in particolare, è una variante sul tema che potrebbe avere un discreto potenziale in chiave futura. “Golden Years” metabolizza la lezione degli Stone Roses, “Eighteen” strizza l’occhio al dream-pop. Meno convincente “Brooks Stevens”, troppo appiattita verso canoni commerciali a discapito di quelle trame melodiche che il quartetto dimostra abbondantemente di saper costruire.
“Mirrors” è un buon esordio, nonché il manifesto di una band con le idee chiare e un talento ancora in parte da levigare. Un album coerente e sostanzialmente privo di passi falsi, a ulteriore dimostrazione che la strada intrapresa dai We, The Modern Age! è quella giusta.
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05/03/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Fabio Guastalla, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.